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FINANZA/ Ecco la medicina di Draghi e Monti per Italia e Ue

Pubblicazione:venerdì 2 dicembre 2011

Mario Draghi (Foto Imagoeconomica) Mario Draghi (Foto Imagoeconomica)

È in corso in Europa una “stretta del credito” che “strozza soprattutto le Pmi” e per questo serve “riparare il circuito del credito che ora non circola”. E questo è senz’altro un compito che spetta alle banche centrali che, da buoni idraulici, già si sono messe all’opera per rimediare alle falle del sistema che impedisce il flusso della liquidità. Ma il pronto intervento (comunque costoso, roba da idraulico chiamato d’urgenza la domenica di Natale...) ha un effetto temporaneo, se il condominio Europa non fa finalmente quei lavori, vedi le riforme, da lungo tempo necessarie. Ovvero, come il presidente della Bce, Mario Draghi, ha ripetuto davanti al Parlamento europeo, “i governi devono recuperare credibilità”. Altrimenti la diga eretta dalla Bce, “l’ultimo baluardo dell’Unione monetaria non terrà a lungo”.

I banchieri centrali, insomma, possono far la parte del fanciullo olandese che, narra la leggenda, con il dito incastrato nella crepa della diga, ha retto per ore alla pressione delle acque in attesa dei rinforzi. Ma se non arriverà il “fiscal compact”, cioè il “Patto di bilancio” che completi con regole e impegni di politica di bilancio comune agli Stati la politica monetaria condotta dalla Bce, continuerà la pressione sui mercati “con ricadute molto avverse su fiducia e finanza”. E la diga potrebbe crollare, con danni irreversibili. Come ha già detto l’altro super Mario, il premier Monti, stiamo correndo “rischi enormi” che non ammettono indugi.

Ma sarà vero? Ovvero, come sospettano in molti, siamo di fronte a una forzatura per far digerire pillole amare? La prima, naturalmente, riguarda la mitica quota 40, ovvero gli anni di contribuzione necessari per accedere alla pensione. Poi, una volta infranta questa linea Maginot che tiene unita Susanna Camusso ai falchi della Fiom, toccherà al tabù del centrodestra: l’imposta sui patrimoni, più o meno camuffata da super Ici. E chissà che altro ancora. Insomma, nell’immaginario collettivo fa capolino il sospetto che il governo dei tecnici sia un’imposizione dall’esterno per domare l’“eccezione italiana”, a partire dal rituale per cui le scelte di politica economica vanno condivise da una sterminata platea di parti sociali (vi ricordate quei tavoloni immensi a palazzo Chigi?) e di corporazioni. Oltre che accettate da una Pubblica amministrazione che dispone di infiniti strumenti di veto.


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