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FINANZA/ Ecco il d-day per la sopravvivenza dell'Italia

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Per la seconda fase, il passaggio più doloroso riguarda la riforma del lavoro, cioè, per evitare eufemismi, la maggior libertà nei licenziamenti. Lo chiede l’Unione europea, lo chiede la Bce, è un’altra prova che facciamo sul serio. Non solo: inutile negare che è una esigenza nazionale, non una imposizione da parte dei mostruosi gnomi della City. Da trent’anni le grandi imprese hanno cacciato lavoratori e l’industria si è disintegrata anche per sfuggire all’art. 18 (la giusta causa non riguarda le imprese sotto i 15 dipendenti). Naturalmente, non si può fare come con le pensioni, non si può solo prendere, bisogna dare in cambio un nuovo sistema per assicurare i periodi di disoccupazione e un aumento dei salari schiacciati verso il basso fin dal patto Ciampi del 1994. Difficile, ma inevitabile. La Confindustria se ne deve render conto, tanto più che, dopo la rottura di Marchionne, la contrattazione è sempre più aziendale.

Un’importanza chiave avrà il salvataggio del sistema creditizio operato per ora dalla Bce e poi, se le cose non cambiano, con il concorso indiretto del governo nazionale. Le banche debbono aumentare il capitale, il loro valore borsistico è crollato, la crisi ha schiacciato i bilanci. Non tutte sopravviveranno, poche resteranno come prima, con conseguenze importanti nella mappa del potere economico.

La banca universale è in crisi, ha spiegato Federico Ghizzoni, l’ad di Unicredit, la più universale delle banche italiane. Quindi, si avvia un processo di nuova specializzazione, con disaggregazioni, scorpori, chiusure. Gli intrecci che legano banche, industrie, giornali, per lo più attraverso Mediobanca, sono destinati anch’essi a sciogliersi. Ci vorrà tempo, si dice sempre, ma non c’è più tempo, la crisi ha bruciato i ponti. E chissà se dalla fine del vecchio capitalismo senza capitali, e perciò sempre protetto, non nascerà un assetto migliore?