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Economia e Finanza

FINANZA/ Ecco i quattro “errori” che ci stanno rendendo più poveri

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Nel corso degli ultimi dieci anni, insomma, c’è stato negli Stati Uniti uno spostamento a favore del capitale rispetto al lavoro di 5 punti percentuali. In Europa occidentale, Italia in particolare, la situazione è diversa: una parte della forza lavoro, la più garantita e, in contemporanea, la meno dipendente dalla concorrenza (vedi Pubblica amministrazione) ha senz’altro difeso meglio il suo potere d’acquisto. Ma l’emergere dell’economia nera o sottopagata, non solo in Italia ma anche in Germania (dove non mancano i mestieri retribuiti 5 euro all’ora, come a Barletta) è servita ad abbassare la media del costo del lavoro effettivo. Quello che non è protetto dall’articolo 18, per intenderci, ultima versione dell’ipocrisia nostrana a danno dei nuovi e vecchi sfruttati (contrattisti senza garanzie, cinquantenni messi alla porta, giovani senza alcun potere contrattuale).

Fa una certa impressione mettere a confronto la ricchezza esentasse dei pochi privilegiati (non solo in Usa, pensate al collocamento delle azioni Prada, società di diritto olandese, alla Borsa di Hong Kong, Paradiso fiscale impenetrabile...) rispetto alla povertà progressiva di quelli che futrono colletti bianchi o blu. Colpa della crisi, verrebbe da pensare. A torto. In passato, basti pensare alle recessioni anni Settanta, la vittima delle crisi era il profitto, mentre il lavoro era in parte protetto da meccanismi di indicizzazione dei salari o dalla forza sul posto di lavoro. L’uscita dalla recessione, anzi, coincideva con nuove assunzioni e nuovi investimenti per conquistare con nuovi prodotti quote di merctao. Oggi, al contrario, la recessione non ha intaccato in molti casi i profitti (è il caso della tecnologia, ma anche delle aziende che esportano). Al contrario sta pesando in maniera rilevante sui portafogli.

Le ragioni? a) La globalizzazione, che ha offerto forza lavoro a basso costo e possibilità di mobilità assoluta dei capitali a caccia delle condizioni migliori; b) La tecnologia, che ha spiazzato la forza lavoro più matura; c) La debolezza sindacale, in parallelo al tramonto delle grandi fabbriche o degli uffici centralizzati.

A queste cause, senz’altro valide, se ne può aggiungere una quarta, valida per il mondo anglosassone (ma non solo): l’obiettivo delle corporations, sostiene il consulente aziendale inglese Jonathan Smucker, si è progressivamente spostato verso la “creazione di valore” a vantaggio del top management. I bonus, le stock options, altre forme di remunerazione si sono ormai orientate a creare vantaggi solo per la punta della piramide, che può contare su facili e legali (ma anche illegali) forme di riciclaggio della propria ricchezza. Intanto, l’impotenza della politica ha consentito la creazione di circuiti fiscali un tempo inimmaginabili. Difficile che l’America dei Kennedy piuttosto che la Francia di De Gaulle avrebbero tollerato a cuor leggero le situazioni ormai quotidiane di elusione del dovere fiscale.