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FINANZA/ Ecco i quattro “errori” che ci stanno rendendo più poveri

Pubblicazione:venerdì 23 dicembre 2011

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

In queste ore le migliori menti tra i fiscalisti americani stanno studiando l’architettura del grande affare di fine anno: Yahoo! intende cedere, per la non disprezzabile cifra di 17 miliardi di dollari, le partecipazioni di minoranza controllate in Alibaba, il “cugino” di Cina, e in Softbank, altro gigante on line, stavolta in Giappone. Quanto incasserà il fisco Usa da quest’operazione ad altissimo guadagno, se si tiene conto che le due partecipazioni sono state acquisite quando i giganti Internet erano poco più di start up? Zero dollari. La cessione, infatti, avverrà attraverso una catena di complicati passaggi che stanno mettendo a dura prova gli studi in Giappone, Cina e, soprattutto, Usa: le società asiatiche fonderanno una nuova società in cui verseranno il controvalore in yen e yuan dell’operazione. In epoca successiva Yahoo! conferirà i titoli che verrano poi spostati presso un altro veicolo. E i quattrini, invece, resteranno a disposizione di Yahoo! in un qualche atollo del Pacifico o dei Caraibi che meriti l’etichetta di paradiso fiscale.

Scusate l’imprecisione del racconto: il meccanismo sarà senz’altro più sofisticato, a prova di fisco. Così come le regole che difendono l’enorme tesoretto “cash” in mano a Microsoft: più di 50 miliardi di dollari domiciliati a Dublino, lontano dalla scure del fisco Usa. Quando, pochi mesi fa, il colosso di Redmond ha acquisito il controllo di Skype, altro gioiello della new economy, il tragitto dei dollari è stato abbastanza breve: dall’Irlanda al Lussemburgo, sede legale di Skype. Il fisco, anche in quel caso, ha visto le briciole. E lo stesso accadrà nel caso dell’eventuale cessione di Rim, la casa produttrice del Blackberry, o Microsoft e Nokia. O ad Amazon, nel caso venisse scelto il colosso delle vendite a distanza di Jeff Bezos, nel mirino in Germania per l’uso disinvolto degli incentivi contro la disoccupazione: Amazon assume giovani come magazzinieri per i suoi depositi a termine, sfruttando i sussidi dei governi regionali, salvo poi licenziare e riassumere gli stessi addetti a distanza di tre mesi.

Basta leggere un quotidiano qualsiasi per raccogliere, nel giro di pochi giorni, esempi di questo genere. Salvo poi fare i conti con il salasso del potere d’acquisto dei salari di quella che fu la classe media italiana. Il Bel Paese, dicono le statistiche, si colloca al 22esimo posto su 34 nella classifica dei salari netti: 25.155 dollari (19.350 euro). Mille euro in meno della media Ocse e quasi 4 mila in meno della media dell’Ue a 15. Vero, ma non si creda che la situazione internazionale sia tanto diversa, al di là delle statistiche. Una recente indagine del Financial Times ha appena rivelato che, se la quota versata in salari rispetto al Pil negli Usa fosse la stessa del dopoguerra, i lavoratori avrebbero ricevuto nel 2011 la bellezza di 740 miliardi di dollari in più, ovvero 5 mila dollari in busta paga a testa.


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