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Economia e Finanza

GEOFINANZA/ 2012, le previsioni per un anno pieno di rischi

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Ottavo, il cross dollaro/yuan cresce del 10% a quota 7.00. Terminati i benefici derivanti dalla costruzione di città fantasma per milioni di abitanti con i margini degli esportatori sempre più ridotti
a causa del livello dello yuan, la Cina sarà sull’orlo della “recessione”, il che significa un Pil che cresce al 5-6%. I politici cinesi vengono in soccorso degli esportatori consentendo allo Yuan di deprezzarsi nei confronti del dollaro statunitense portando il concambio a quota 7.00 in rialzo del 10%. Il tutto sostenuto dal fatto di essere visti come un porto sicuro nel bel mezzo di una crisi economica globale e della crisi del debito dell’Eurozona. Nono, il Baltic Dry Index cresce del 100%. Un prezzo del petrolio più basso e quindi spese inferiori di gestione potrebbe portare a un grosso rimbalzo del Baltic Dry Index. Brasile e Australia hanno in programma di espandere le loro forniture di metalli ferrosi, spinti da prezzi più bassi e dalla crescente domanda proveniente dalla Cina per soddisfare la propria produzione industriale. In combinazione con l’allentamento monetario ci sarà un picco della domanda di minerali ferrosi. Decimo, i prezzi dei cereali raddoppieranno. Il prezzo dei cereali Cbot si duplicherà durante il 2012 dopo che nel 2011 si è verificato uno tra i peggiori raccolti di sempre. Con sette miliardi di persone sulla terra, le macchine che stampano denaro a pieno regime e cattive condizioni atmosferiche che stanno per tornare, anche il 2012 non sarà certo una buona annata per i prodotti agricoli. Il prezzo del grano in particolare vedrà un incremento importante visto che è stato oggetto di una delle più grandi posizioni short da parte degli investitori in chiave speculativa e si attesterà ai livelli massimi toccati nel 2008. Ecco qui, non un armageddon ma un bel ridimensionamento, non vi pare!

Ma anche Bank of America è in vena di previsioni e ha stilato una lista degli “altri” quattro rischi per il 2012, ovvero avvenimenti esterni alla crisi del debito sovrano e dell’eurozona, da cui guardarsi nei 365 giorni che iniziano la prossima settimana. Il primo è l’hard landing dell’economia cinese, su cui ci siamo soffermati diffusamente venerdì scorso. Nonostante l’economista che si dedica alla Cina per l’istituto, Ting Lu, continui a ritenere più probabile un soft landing, ci sono due variabili che preoccupano non poco. Primo, il crollo degli investimenti sulla proprietà come conseguenza della stretta governativa sul credito. Secondo, un peggioramento della situazione nell’eurozona. Non bisogna dimenticare, inoltre, l’aumento negli ultimi anni delle percentuale cinese del Pil mondiale, soprattutto nel 2010 che ha visto il 18% di tutta la crescita globale garantito da Pechino. Un qualcosa di fondamentale in anni di crescita lenta o zero in gran parte delle economie sviluppate: nel biennio 2008-2009 il Pil mondiale si è contratto del 5% mentre quello cinese è cresciuto del 10%. Appare chiaro che un’ipotesi di hard landing cinese sarebbe devastante a livello generale, poiché affosserebbe ancora maggiormente le economie già in recessione o a forte rischio di entrata.

Secondo rischio, una guerra valutaria. Già all’inizio di quest’anno, il segretario al Tesoro Usa, Tim Geithner, aveva messo in guardia Pechino dai rischi derivanti dalla sua volontà di non lasciare apprezzare lo yuan velocemente, arrivando a dure accuse da parte del Congresso verso la Cina per manipolazione valutaria. In effetti, il tasso di apprezzamento dello yuan è stato solo del 6% e si è
completamente bloccato a metà agosto, assestandosi nel range 6,35-6,40. Ma al netto del peggioramento della situazione economica cinese, appare pressoché impossibile che Pechino permetta l’apprezzamento della sua valuta, tanto che gli analisti di Bank of America prevedono che lo yuan resterà nel range 6,30-6,40 sul dollaro per i primi tre trimestri del 2012. D’altro canto, economisti e analisti sono abbastanza concordi nel prevedere per la prossima estate il terzo round di quantitative easing da parte della Fed, destinato a rinnovare le critiche mosse dalla Cina verso Washington durante i primi due interventi, ovvero effetti inflazionari e diluizione degli investimenti cinesi negli Usa. In contemporanea c’è la questione dello yen, a livelli molto alti sul dollaro, tanto da far intervenire la Bank of Japan per svalutare la moneta. Inoltre, c’è l’euro e il rischio che la Bce sia costretta a operazioni finora scartate a priori per far fronte a un peggioramento della crisi. Insomma, in un ambiente globale di indebolimento, cresce il rischio di una corsa alla svalutazione competitiva tra banche centrali per rianimare le proprie economie.