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FINANZA/ Quelle guerre made in Usa che alimentano la crisi

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Ben Bernanke (Foto Ansa)  Ben Bernanke (Foto Ansa)

A gettare benzina sul fuoco - è il caso di dirlo - ci pensa l'uragano Katrina: ad agosto 2005 in cinque giorni di tempesta venti piattaforme petrolifere e dieci raffinerie ubicate nel Golfo del Messico cessano completamente la produzione, portando il prezzo della benzina a picchi di quasi 6 dollari al gallone (contro una media di 2,50). I rischi di un aumento dei prezzi sono sempre più concreti. La Fed risponde con una stretta monetaria che porta il costo del denaro dall’1,5% dell’agosto 2004 al 4,5% del gennaio 2006, ultima scelta di politica monetaria targata Greenspan.

A torto o ragione, questa impennata sarà l’elemento scatenante della crisi che imperverserà a partire del 2007. Ma per comprendere la portata di queste decisioni è necessario procedere con ordine. A dicembre 2005 la bilancia cinese dei pagamenti sfonda quota +100 miliardi di dollari e il flusso di esportazioni sembra ormai inarrestabile: nel 2008 il saldo sfiorerà i 300 miliardi di dollari. A giugno 2005 George W. Bush nomina Bernanke consigliere economico della Casa Bianca. A molti l’incarico appare come una prova generale per la designazione del prossimo presidente della Fed. Meno di un anno dopo, l’1 febbraio 2006, Bernanke è il quattordicesimo presidente della Federal Reserve.

Non che Alan Greenspan, classe 1926, abbia intenzione di ritirarsi ai giardinetti: all’indomani della sua partenza, l’economista con la passione per il clarinetto fonda la società di consulenza Greenspan Associates. Nel maggio del 2007, Greenspan è nominato consulente di Pimco, il gestore di fondi più grande al mondo. Il suo ruolo prevede un’assistenza diretta sugli investimenti correlati alle scelte della Fed. Con un capitale gestito di circa mille miliardi di dollari, Pimco ha in linea teorica una potenza di fuoco sufficiente per interferire sulle decisioni della banca centrale americana.



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