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FINANZA/ Quelle guerre made in Usa che alimentano la crisi

Pubblicazione:giovedì 29 dicembre 2011

Ben Bernanke (Foto Ansa) Ben Bernanke (Foto Ansa)

Il 21 novembre 2002 Ben Bernanke, il neo nominato membro nel consiglio della Federal Reserve, è chiamato a tenere un discorso sui pericoli di un'eventuale crisi. All’epoca la Fed, sotto la guida di Greenspan, controlla con rigore i rischi di inflazione, ma chiude un occhio sulla bolla speculativa che sta gonfiando all’inverosimile i prezzi dell’immobiliare. Il valore delle case, dopotutto, contribuisce alla ricchezza del Paese e mai come in quel momento gli Stati Uniti hanno bisogno di un boom economico: la crescita del Pil rende il debito più sostenibile.

Nel suo discorso, Bernanke parla dei rischi di un crollo nei prezzi, di stagnazione economica e delle manovre di contrasto che la Fed potrebbe eventualmente attuare. Tra queste ultime, Bernanke annovera interventi diretti nell’economia americana, siano essi per garantire liquidità o per salvare i colossi che reggono il sistema economico del Paese. A molti queste parole suonano blasfeme: nell’imperante ideologia liberista nessuna banca centrale può permettersi di interferire nelle scelte del dio mercato. Per altri, l’analisi di Bernanke è l’epitaffio del turbo capitalismo a cui la presidenza Clinton aveva lasciato briglia sciolta. Soprattutto, per la prima volta appare chiaro che esiste un’alternativa al vicolo cieco che gli Stati Uniti hanno infilato. E un uomo disponibile ad assumersi la responsabilità del cambio di rotta.

Per gli Usa il 2002 è anche segnato da scelte critiche in materia di politica estera. In risposta agli attacchi terroristici dell’11 settembre, gli Stati Uniti invadono l’Afghanistan a fine 2001 e proseguono le operazioni militari attaccando l’Iraq a inizio 2003. Le manovre hanno l’obiettivo dichiarato di rovesciare i regimi “canaglia” e quello meno dichiarato di ristabilire un ordine nella regione sotto l’egida della bandiera a stelle e strisce. Le manovre agitano le acque e le terre del Golfo, specialmente in quei paesi che devono districarsi tra estremismo islamico e cooperazione di lungo corso con gli Stati Uniti.

Gli impatti di breve periodo non tardano ad arrivare: con l’invasione dell’Iraq il prezzo del petrolio raddoppia, passando da 20 a quasi 40 dollari al barile per le forti pressioni - e timori di scarsità - sul lato della domanda. Oltre al costo in termini di vite umane, la sola guerra in Iraq pesa sulle finanze pubbliche americane per almeno mille miliardi di dollari. Nel 2002 il debito pubblico statunitense sfonda quota sei mila miliardi e cresce di almeno 500 miliardi di dollari all’anno fino al 2005. Nello stesso periodo il Pil americano cresce in media del 5,5% annuo e la tanto temuta inflazione comincia a fare capolino. 


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