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GEOFINANZA/ Dal Giappone un nuovo allarme per i mercati

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Pechino, dal canto suo, non potendo agire sulle sue riserve in calo attraverso una reintegrazione finalizzata alla stabilizzazione del sistema bancario interno - poiché significherebbe rimpatriare denaro ora investito in debito Usa e dell’eurozona e così spingere ulteriormente al rialzo lo yuan, mentre per il 2012 la Cina pensa a una svalutazione -, punta al taglio netto dalla dipendenza dal dollaro, probabilmente mettendo in conto anche una diminuzione della detenzione di debito pubblico Usa, strada molto rischiosa già intrapresa negli ultimi sei mesi dalla Russia.

C’è però una variabile che nessuno ha finora messo in risalto e che rischia di pesare come un macigno su questa nuova strategia d’area messa in campo dai giganti asiatici: il debito giapponese. Tokyo, infatti, ha il debito pubblico cosiddetto marketable, ovvero sul mercato, più grande del mondo, pari a 11,2 triliardi di dollari e le vendite di bonds saliranno nel 2012 al record di 149,7 triliardi di ieri (circa 1,9 triliardi di dollari), mentre la dipendenza del budget nazionale dal debito per il finanziamento crescerà al dato senza precedenti del 49% nell’anno che comincerà il 1 aprile. Il governo nipponico ha pianificato di vendere 44,2 triliardi di yen di nuovi bonds per finanziare 90,3 triliardi di spesa del budget del prossimo anno fiscale, questo a fronte di entrate per 42,3 triliardi di ieri: insomma, per il quarto anno consecutivo, in Giappone la vendita di nuovo debito sarà superiore all’introito fiscale. In prospettiva, la spirale è quella di un mondo senza tasse, poiché sarà il debito creato e venduto a finanziare gli Stati, ovvero a finanziare la loro bancarotta. Ne è conscio il ministro delle Finanze giapponese, Jun Azumi, il quale il 24 dicembre scorso ha candidamente dichiarato che «è mia convinzione che la dipendenza dei nostri budget dai bonds stia raggiungendo il limite».

Non a caso, lo scorso 25 novembre il direttore dei rating sovrani per l’Asia di Standard&Poor’s, Takahira Ogawa, annunciava con queste parole il più che probabile, futuro downgrade nipponico: «Le finanze giapponesi stanno peggiorando giorno dopo giorno, secondo dopo secondo». E a confermare la rotta da veri kamikaze scelta dai governanti nipponici ci ha pensato addirittura l’agenzia di rating nazionale R&I, la quale il 21 dicembre scorso ha tagliato il rating giapponese da AAA ad AA+, decisione che per Akane Enatsu, analista del credito alla Barclays Capital di Tokyo, «porterà non solo i managers monetari ma anche i cittadini giapponesi (detentori del 95% del debito pubblico, ndr) a dubitare seriamente sullo stato di salute delle finanze nazionali». In effetti, le cifre parlano da sole. A fronte di una popolazione molto anziana, di una crescita molto debole e deflazione che hanno fiaccato il Paese a turno dall’esplosione della bolla di inizio anni Novanta, il Giappone vanta la più alta ratio debito/Pil, qualcosa come il 220% e un carico di debito che si proietta per quest’anno fiscale a un quadrilione di yen.

Di più, nel 2012 il governo giapponese prenderà a prestito il 56,2% di ogni singolo yen che spenderà, con l’aggravate che nel Paese c’è la tradizione ormai consolidata di manovre correttive in corso d’opera, solo quest’anno quattro, l’ultima delle quali da 2 triliardi di yen approvata il 1 dicembre. Nulla ci offre la certezza che questo non accadrà anche nel 2012 - anzi - e quindi le necessità di finanziamento per la spesa corrente potrebbe arrivare al 60%. E a dispetto dei tassi praticamente a zero della Bank of Japan, gli interessi sul debito - già al 230% del Pil - rischiano di mangiarsi 21,9 triliardi di yen il prossimo anno, il 51% dell’introito fiscale. Cosa succederebbe se il rendimento dei bond nipponici a 10 anni salisse nel 2012 dall’1% al 2%? Cosa succederebbe se il Giappone, inteso come Stato, istituzioni e cittadini, non fosse più in grado di finanziare il proprio debito a interessi bassissimi e con controllo dello stesso al 95%? Cosa succederebbe se Tokyo dovesse confrontarsi con il mercato, esattamente come accadrà a Stati Uniti ed Europa, intesi come debiti sovrani ma anche corporate? Meglio non chiederselo. Insomma, più che un’intesa commerciale-valutaria, quella stretta tra Cina e Giappone appare un’Opa - per ora non ostile - della prima sul secondo.


COMMENTI
29/12/2011 - Tecno-euforici (Giuseppe Crippa)

Christina Romer, economista statunitense, si era espressa così in un talk show del network ABC (50 milioni di spettatori) nell'agosto scorso: “Siamo in guerra. E’ una guerra aperta, dichiarata, frontale. E’ la guerra dei neo-liberisti selvaggi planetari, sostenuti dalla destra più retriva in rappresentanza del capitale bancario privato che sta affondando i suoi micidiali colpi nel tentativo di espoliare definitivamente la classe media, vera spina dorsale dell’economia statunitense, e baluardo storico nella produzione di ricchezza collettiva, per costruire un medioevo dittatoriale che ci fa dire con tranquillità che il comunismo sovietico di Breznev era, in paragone, un simpatico esperimento sociale divertente. Lo scenario della battaglia in corso era, per lo più, l’Europa: adesso si è esteso anche qui da noi....” Ne deduco, caro Bottarelli, che la Ravetto non abbia fatto una dichiarazione particolarmente originale e neppure che abbia colpito esttamente il bersaglio. E comunque la sua dichiarazione si conclude così: “Questi investitori chiedono credibilità non solo nel rigore dei bilancio statali, che viene dato per scontato, ma soprattutto riforme e sviluppo. La cosiddetta ‘fase due’ del governo Monti resta dunque una priorità strategica in assoluto, anche se successiva temporalmente alla messa in sicurezza dei nostri conti pubblici”. Dunque anche la Ravetto, come me, è da considerarsi “tecno-euforica” (Bella definizione. Complimenti ed auguri di Buon Anno!)