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Economia e Finanza

MANOVRA/ I pericoli "nascosti" nella bozza di Monti

Mario Monti (Foto Imagoeconomica)Mario Monti (Foto Imagoeconomica)

L’“economia sociale di mercato”, nata nel periodo tra le due Guerre mondiali, e veicolo essenziale per i “miracoli economici” successivi al secondo conflitto deve assumere nuovi lineamenti in un Ventunesimo secolo attraversato da una crisi finanziaria e in un’economia internazionale caratterizzata da un forte grado d’integrazione promossa da una “General Purpose Technology” come la tecnologia dell’informazione e della comunicazione che riduce le distanze di spazio e di tempo sino quasi ad annullarle. Le tre caratteristiche essenziali dell’integrazione economica internazionale sono ormai profondamente radicate e resteranno anche dopo la soluzione della crisi finanziaria ed economica internazionale: a) la scomposizione geografica della catena del lavoro; b) l’importanza crescente delle relazioni interpersonali; c) l’aumento progressivo della flessibilità e della versatilità del lavoro.

Il vero banco di prova dell’incontro tra Stato Forte e Mercato Forte in un’economia sociale di mercato per il Ventunesimo secolo consisterà in come verranno affrontati, e sciolti, questi nodi con un giusto equilibrio nell’esaltazione del ruolo dell’individuo e del ruolo dello Stato e con uno spazio adeguato ai soggetti intermedi. Circa dieci anni fa, in una grande iniziativa internazionale del Consiglio d’Europa, ci si chiedeva addirittura se lo Stato sociale potesse sopravvivere alla globalizzazione. Per lustri si sono confrontate due visioni: una “difensiva”, secondo cui (rispetto all’integrazione economica internazionale) si sarebbero dovuti difendere alcuni “diritti quesiti” di base dello Stato sociale; una “propositiva”, o, in alcune dizioni “aggressiva”, secondo cui chi ha a cuore le fasce deboli avrebbe dovuto trovare percorsi, strumenti e istituti atti a fare sì che chi ai livelli più bassi di reddito e di consumo traesse i maggiori vantaggi dall’integrazione economica internazionale. All’inizio degli anni Novanta, la stessa Conferenza dell’Organizzazione internazionale del lavoro spezzò una lancia a favore di una “concertazione” “positiva” o “aggressiva” - quella da me preferita anche per il principio molto banale secondo cui in un mondo in cui tutti corrono, camminare vuol dire stare fermi e remare contro-vento è la premessa per andare a picco.

In sintesi, in una visione l’integrazione economica internazionale (anche rallentata dalla crisi o frenata da contraccolpi) è vista come un processo di specializzazione in cui aumentano le differenze di reddito sia verticalmente (tra livelli più alti e più bassi di professionalità), sia orizzontalmente (tra aree geografiche); lo Stato sociale rende (ai Paesi che ne applicano uno estensivo) più costoso partecipare all’integrazione internazionale. Si verifica un vero e proprio”bazar” (è suo il termine) in cui imprese, e anche individui e famiglie, possono scegliere la tipologia di Stato sociale che meglio confà a ciascuno: la delocalizzazione e la “fiera delle tasse” sono esempi di questo “bazar” in cui si può essere vincenti unicamente con una minore pressione tributaria, con sindacati più consapevoli delle implicazioni dell’internazionalizzazione e con orari di lavoro effettivi più lunghi. In breve, una strategia “difensiva”.


COMMENTI
03/12/2011 - corsi e ricorsi storici (francesco scifo)

Spero che tutti i nostri deputati abbiano visto il discorso al Parlamento Europeo di Nigel Farage, deputato britannico, che si può vedere su Youtube: suggeriteglielo prima del voto su questa manovra. Spero che non debbano essere solo gli inglesi, come nella seconda guerra mondiale, a resistere a chi ci vuole di nuovo schiavi. Finalmente qualcuno che dice come stanno i fatti: stiamo affidando il nostro destino a persone prive di alcuna legittimazione elettorale e alla Germania. L'Unione Europea era nata per evitare tutto questo ma ha fallito. Basta vedere come siamo ridotti, ci fu chiesto un sacrificio dal Governo Prodi per entrare nell'euro delle meraviglie e del radioso futuro, senza crisi nè inflazione, e abbiamo visto cosa è successo: abbiamo sacrificato 2/3 del nostro potere d'acquisto dietro la promessa che le cose sarebbero migliorate. Adesso le cose sono peggiorate e ci chiedono di sacrificare anche l'1/3 che ci è rimasto. Per cosa e per chi?

 
03/12/2011 - Il boia dei Cinquantenni (Mariano Belli)

vogliono cancellare l'art.18....la pensione sarà a oltre i 67 anni (tra pochi anni arriverà a 70, vedrete).....di famiglia non se parla.....sul lavoro, vogliono facilitare le cose peri giovani e le donne (non discuto)....ma per i tanti cinquantenni, spesso pure padri di famiglia, che resteranno (o già sono) senza lavoro, cosa è previsto? Il patibolo? Giusto per saperlo... Ma davvero qualcuno di questi scienziati pensa che tutti questi il loro boia resteranno a guardarlo? La pace sociale sta per finire, questa è la mia previsione, peccato davvero che nessuno se ne preoccupi, questo non è il paese che uno può auspicare per i propri figli.