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IL CASO/ L’imprenditore: le calze Made in Italy senza “rete” finiranno preda della Cina

Pubblicazione:venerdì 30 dicembre 2011

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Gli imprenditori italiani lottano per non soccombere alla crisi; ma, ai suoi effetti nefasti, si somma la stretta creditizia che soffoca, ormai da anni, famiglie e aziende. Chi ha il compito di erogare i liquidi necessari alla sopravvivenza, in genere, nega, sostenendo che nulla è cambiato; ma è sufficiente parlare con un qualunque imprenditore per rendersi conto di come stiano realmente le cose. Lo abbiamo fatto con Luca Bondioli, presidente di Adici (Associazione Distretto Calza e Intimo).  

Quando è nata la vostra associazione?

Adici è nata nel 2009 da un’idea di giovani imprenditori – il Consiglio direttivo è formato da persone tra i 24 e i 42 anni - in seguito alla constatazione del fatto che il territorio compreso tra Mantova e Brescia, sotto il profilo di questo settore industriale, non era adeguatamente valorizzato.

Cos’ha di particolare questo territorio?

Fino al 2005, nell’arco di una 70ina di chilometri, veniva realizzato il 70 per cento della produzione europea di calze e il 33 per cento della produzione mondiale. Ad oggi, stimiamo la produzione a livello europeo sotto il 50 per cento e sotto il 20 a livello mondiale. In questa zona, inoltre, sono compresi il 97 per cento dei calzifici italiani.

Qual è l’incidenza del settore sul mercato occupazionale?

Pensi che tra Mantova e Brescia ci sono 400 aziende, mentre in tutta la Lombardia sono 758 partite Iva che operano nel settore. Nella sola zona di Castelgoffredo – in provincia di Mantova - ci sono 9mila dipendenti; se consideriamo tutto il comprensorio diventano 11mila, 16mila se prendiamo in considerazione l’indotto.

E il suo fatturato?

Oltre due miliardi di euro.

Qual è lo scopo della vostra associazione?

Tutelare le aziende e i posti di lavoro che garantiscono.

Come?

Anzitutto, cambiando la mentalità del territorio.

Ci spieghi meglio

Fino a poco tempo fa la concorrenza era interna allo stesso distretto. Oggi ci dobbiamo scontrare con produttori mondiali che operano secondo logiche e strategie completamente diverse. Per cui, concorrere non potrà più significare il contrasto tra le aziende dello stesso territorio; ma, al contrario, significa che queste dovranno iniziare a “correre insieme”.

Cosa state facendo, in concreto, per raggiungere questo obiettivo?


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