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Economia e Finanza

FINANZA/ 1. La "balla" europea sulla manovra di Monti

La manovra varata da Mario Monti è stata presentata come cura non solo per i problemi di breve e medio periodo dell’Italia, ma anche dell’Europa. Il commento di GIUSEPPE PENNISI

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Il metro che molti commentatori utilizzano per valutare la manovra proposta dal Governo è in che misura l’insieme dei provvedimenti riuscirà a far uscire da problemi di breve e medio periodo non solo l’Italia, ma anche l’Europa, più precisamente l’eurozona (un eventuale collasso dell’unione monetaria, secondo molti, sarebbe la premessa di quello dell’Unione europea). Si tratta di un metro e di un’ipotesi che hanno riscontro nella teoria e nella storia economica? In primo luogo - lo ammise Romano Prodi alcuni anni fa e lo ha riconosciuto Jacques Delors nei giorni scorsi - i trattati che governano l’eurozona sono stati redatti a prescindere dalla teoria economica, specialmente da quella “teoria delle aree valutarie ottimali” che dagli anni Settanta tutti insegniamo nelle Università.

Era una “fuga in avanti”, redatta frettolosamente sotto il pungolo dell’unificazione tedesca nella speranza che gli altri elementi (di una “area valutaria ottimale”) sarebbero stati innescati rapidamente dal processo messo in moto. Ciò non è avvenuto perché avrebbe richiesto modifiche profonde nei comportamenti di individui, famiglie, imprese, pubbliche amministrazioni, ceto politico e una profonda ristrutturazione di numerose economie degli Stati coinvolti. Ergo la necessità e l’urgenza di riscrivere i trattati.

In secondo luogo, l’eventuale insolvenza del debito sovrano di uno degli Stati del club raramente è la determinante del collasso di un’unione monetaria. Spesso Stati degli Usa sono insolventi, ma l’unione monetaria americana (completata nel 1913, dopo decenni di integrazione economica effettiva, e costruita tenendo conto di quella che sarebbe diventata una “area valutaria ottimale”) non ne ha avuto la più piccolo scossa. Un’insolvenza dell’Italia (o della Grecia, o della Spagna, o del Portogallo) potrebbe finire nel caos per due ragioni: a) il rischio sistemico creatosi nel sistema bancario; b) la distanza dell’eurozona da quella che dovrebbe essere una “area monetaria ottimale”.

La storia economica, anche recente, della fine di “unioni monetarie” tra paesi sovrani e sviluppati (non esito quindi di conquiste o di federalismo forzoso) ce lo insegna. Sono finite per separazione consensuale senza troppe sofferenze, le due unioni monetarie più durature della storia contemporanea: quella tra Regno Unito e Repubblica irlandese (che ha resistito da circa il 1920 al 1979) a quella tra Belgio e Lussemburgo (dagli anni Venti al Trattato di Maastricht). Tali unioni avevano la caratteristica di coniugare uno Stato grande con uno piccolo (in termini di area e di popolazione), con strutture economiche simili e in gran misura la stessa lingua e cultura. Anche la fine della Cecoslovacchia (con la creazione di due monete differenti) avvenne senza traumi grazie alla collaborazione degli importatori slovacchi (con un forte indebitamento) e degli esportatori cèchi (con un sostanzioso attivo). Ci furono tensioni, ma non si scatenò nessuna crisi neanche a livello regionale.