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FINANZA/ 2. La minaccia tripla A di S&P’s e il mistero dei “mercenari”

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La dietrologia è una lontana parente, ahimè per noi, di visioni sovrannaturali che non abbiamo avuto la fortuna di conoscere. Però, da alcuni segni reali, ogni tanto cerchiamo di andare a vedere che cosa sta bollendo nella pentola incandescente di questo mondo occidentale in completo surriscaldamento non solo climatico, ma anche febbricitante per spericolate operazioni finanziare del recente passato, che hanno del tutto trascurato non solo l’economia reale, ma le persone, gli uomini e le donne, i vecchi e i bambini fatti di carne, ossa e sangue.

Il neopremier Mario Monti, insieme alla dolente Elsa Fornero, hanno le lacrime agli occhi quando devono decidere di deindicizzare (con che coraggio!) le pensioni agli italiani. La cancelliera Angela Merkel e il “petit De Gaulle” parigino, Nicolas Sarkozy, sono meno romantici e continuano a fare i conti con i bilanci delle loro banche. Ci sono alcuni (ma autorevoli) sostenitori che il sistema bancario tedesco sia veramente messo a mal partito, nonostante il rigore teutonico di Angela e dei suoi ministri. Quanto a Nicolas, deve passare “notti in bianco”, non per colpa di Carlà, ma  quando vede i bilanci di tre grandi banche francesi: Bnp Paribas, Socgen e Credit Agricole. Lì la tossicità è pari al valore dello smog milanese, quando si deve sospendere il traffico.

Se Sarkozy fa finta di niente, nella comunità finanziaria francese si dà già per scontata la perdita della famosa “tripla A”, promessa prima da Moody’s  e ora da Standard&Poor’s. Anche la signora Merkel, così attenta al consenso elettorale, che ha scoperto quando la Germania dell’Est (dove è nata e cresciuta) è diventata come quella dell’Ovest, deve stare in campana. Perché questi “terribili ragazzi” di S&P’s hanno promesso anche a lei un downgrade che farebbe epoca nel Paese dove comanda l’accordo tanto sbandierato tra prussiani e renani, almeno in campo economico.

Eppure questi due signori vanno al Consiglio europeo dell’8 e del 9 dicembre con una supponenza degna di miglior causa, ignorando, anche loro, che i giochi sulla finanza sono molto più complessi e travalicano gli stessi confini di questa Eurozona sbilenca e senza anima. Quale accordo possono trovare? Quale meccanismo possono azionare per salvare l’Eurozona? Non parliamo, al momento, di rilanciarla, perché ci sarebbe da morir dal ridere viste le previsioni di crescita, anzi di non crescita, e la montagna di tasse e balzelli che si studiano in qualsiasi stato e sede europea.

Ripeteranno che “tutti devono fare bene i conti a casa propria”. Giusto. Ma poi avranno, più che il tormentone del famoso Efsf, cioè il fondo salva-stati, il problema della liquidità e quindi delle banche. Qui entra in causa la Banca centrale europea di Mario Draghi. Quando si ballava e si facevano affari in Borsa, cioè ancora nel 2007, la Bce non faceva quasi nulla, tranne svolgere il suo ruolo di “sentinella dell’inflazione”.

Dall’autunno del 2008, con la crisi dei subprime americana e l’inevitabile contagio planetario, la Bce ha cominciato a tamponare una grave situazione: prendeva titoli di Stato, di qualsiasi tipo, dalle banche e garantiva liquidità, con operazioni anche a tre mesi. Le prestazioni della Bce si sono allargate in questi anni e adesso siamo arrivati a un secondo punto topico, che prevede altri interventi più ampi, sempre a breve termine. Il che comporta una nuova funzione della Bce. Con questi interventi però, si fa notare, che la Bce somministra un po’ di aspirina rispetto alla malattia che è piuttosto grave. Sarebbe probabilmente molto più semplice che alla prossima asta di titoli di un Paese dell’Eurozona, la Bce dichiarasse formalmente la sua garanzia. Ma questo è un passaggio delicatissimo, si andrebbe verso gli Eurobond tanto osteggiati dalla signora Merkel e, a fasi intermittenti, dal “petit De Gaulle” parigino.

Ma quale altra strada c’è di fronte ai siluri lanciati dai cosiddetti “mercenari” di oltreoceano? Forse sarebbe il caso che si monitorassero i movimenti di alcuni fondi americani e inglesi, diretti da personaggi molto svelti e quasi sempre al servizio dell’Amministrazione americana. E nello stesso tempo che si leggesse qualche trattatello di polemologia, come quelli scritti dal cinese Sun Tzu o dal più conosciuto Von Clausewitz. Entrambi questi polemologi erano prudenti e allo stesso tempo spregiudicati. Tra i loro principi fondamentali nel “muovere guerra”, c’era quello di andare a scompigliare le fila dell’avversario, di andare a portare la guerra in casa del nemico. C’era, ad esempio, il fondo americano “Cerberus” che ha fatto incursioni epiche prima di scomparire. Oggi c’è l’attivissimo “Black Rock”, a fianco di un paio di fondi inglesi che cambiano sempre nome e sono inafferrabili.


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