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FINANZA/ 1. C’è una via d’uscita al diktat della Germania

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Angela Merkel e Nicola Sarkozy (Foto Ansa)  Angela Merkel e Nicola Sarkozy (Foto Ansa)

Il periodo di impatto maggiore è quantificato in cinque anni e le aree di criticità maggiormente analizzate sono il disallineamento dell’attuale tasso di cambio reale e i futuri rischi inflazionistici. L’Unione monetaria, infatti, per definizione ha disabilitato i normali aggiustamenti forex, quelli cioè che hanno vita sotto un normale regime di tassi di cambio flessibili. Date poi le rigidità nei prezzi nominali, specialmente in termini di disallineamento al ribasso dei salari, i reali tassi di cambio sono significativamente disallineate dai loro livelli di equilibrio in molte nazioni. Secondo, l’inflazione. Una rottura dell’eurozona significherebbe un ritorno a politiche monetarie indipendenti. Le banche centrali nazionali avrebbero quindi livelli di credibilità differenti nella lotta all’inflazione e dovrebbero affrontare vari gradi di pressione per fornire liquidità a banche e istituzioni pubbliche.

Proprio queste differenze avrebbero un potenziale enorme nella definizione delle divergenze nei trend inflazionistici tra i vari paesi tornati sovrani della moneta. Inoltre, la rottura dell’eurozona creerebbe ulteriori rischi di breve termine e questo comporterà nuovi premi di rischio per gli investitori, differenti da nazione a nazione, in base a volatilità del mercato, condizioni di liquidità e controllo del capitale, in particolare riguardo possibili tasse sui flussi. Quali le conclusioni cui sono giunti a Nomura? «In uno scenario di ridenominazione, alcune nazioni europee affronteranno significativi rischi di deprezzamento. Stando ai nostri calcoli, si parla del 60% per la Grecia, del 50% per il Portogallo, tra il 25% e il 35% per un gruppo con include Irlanda, Italia, Belgio e Spagna. Conferma, inoltre, della comune percezione che una nuova moneta tedesca farà sì meglio dell’euro, ma con un limitato potenziale di apprezzamento, nonostante marginali e non significative implicazioni economiche». Ma «le nostre stime di basano su un concetto di equilibrio sul medio termine e dobbiamo riconoscere che le dinamiche di breve termine potrebbero presentare significative dinamiche di undershooting rispetto alle nostre stime, se contempliamo che uno scenario di rottura dell’eurozona porti con sé instabilità politica e il collasso dell’esistente sistema bancario».

Insomma, si rischia grosso. Ma, poi, ne siamo così sicuri? Con una svalutazione del 60%, la Grecia torna a vivere. Con un circa 30%, l’Itala ammazzerebbe chiunque a livello di export e manifattura. Meglio questo tipo di Unione farsa, dove lunedì la Bce è riuscita a sterilizzare tutti i 207 miliardi di acquisti di titoli sovrani solo grazie al fatto che ha offerto a 197 banche europee 252 miliardi di euro all’1% di interesse nella sua operazione di fornitura di liquidità (Mro), ottenendone appunto indietro 207 allo 0,65%? È questo il concetto di sterilizzazione che hanno in mente alla Bce? No, questo è solo un gioco delle tre carte, un trucco contabile in puro stile Tanzi-Tonna per evitare l’ampliamento dello stato patrimoniale dell’Eurotower e quindi il suo status di prestatore di ultima istanza. Alla Germania bastano le apparenze, campano di nominalismi e sotterfugi, pur spacciandosi da ultrarigoristi.

Che fare, quindi? Stante la volontà tedesca di fare ciò che è negli interessi unici della Germania, ben venga un po’ di schumpeteriana “distruzione creativa”, si arrivi a uno scenario asiatico anni Novanta: sopravvive chi è più sano, gli altri falliscono o vengono acquistati dai più grandi (non parlo solo di Stati ovviamente, ma soprattutto di quelle banche tedesche e francesi sottocapitalizzate e ultra-esposte alla leva che sono alla radice del problema). Solo così si saranno poste le basi per la fondazione di un ciclo economico sano che non si basi sulla prossima politica espansiva in stile bazooka, fatta solo per impressionare - sul brevissimo termine - i mercati. Con i risultati fin qui ottenuti, sperperando miliardi di euro pubblici.


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COMMENTI
07/12/2011 - il vero problema (Fabrizio Terruzzi)

le ragioni di squilibrio dell'area Euro sono le stesse che si verificano all'interno dei singoli stati (vds le differenze Nord-Sud Italia). Prendiamo ad esempio il sud-Italia: se si fosse staccato dal resto del paese per diventare uno stato indipendente con una propria moneta, molto svalutata rispetto alla lira, avrebbe risolto i propri problemi?. Da una parte questo avrebbe dato molta più competitività alla sua economia ma altri fattori avrebbero operato in senso inverso: inefficienza del sistema, dimensioni ridotte del mercato, un impianto sociale e politico ancora più arretrato. Difficile dire se ci avrebbe guadagnato o perso. Non vedere altra prospettiva che la fine dell'Euro non sottintende l'incapacità di gestire un'area economica unica e l'ignoranza da parte degli economisti dei criteri con cui questo andrebbe fatto? Non sarebbe il caso di iniziare a ragionare in questo senso, dei fattori chiave per rendere coerente e quindi sostenibile un'area economica unica? Da questo punto di vista il piano Merkozy va nella direzione giusta?