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FINANZA/ 2. Il "caso italiano" che mette tecnocrati e banchieri con le spalle al muro

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L’ultimo libro di monsignor Luigi Negri - “Risorgimento e identità italiana; una questione ancora aperta” - chiude il 150° anniversario dell’Unità d’Italia mantenendo vivi sia provocazione culturale lanciata all’ultimo Meeting di Rimini dalla mostra allestita Fondazione per la Sussidiarietà (in questi giorni in Piazza Duomo a Milano), sia il dialogo-confronto con l’importante orazione civile pronunciata a Rimini dal presidente Giorgio Napolitano. Sarà compito di storici e politologi commentare l’originale “stress test” cui il vescovo di San Marino sottopone il processo unitario: non certo per riaccendere vecchie polemiche tra laici e cattolici, ma muovendo dialetticamente le categorie di “Stato” e “nazione”. Senza il “popolo cristiano” e la sua Chiesa - è l’estrema sintesi della posizione di Negri - molto difficilmente lo Stato unitario si sarebbe consolidato e sviluppato: non l’identità nazionale, non la coscienza civile e politica, tanto meno il dinamismo economico e sociale.

Un libro scritto “al presente storico” sollecita il giornalista economico su due temi più ampi; e questo quando il dibattito sulla crisi è animato anche dall’ultimo paper di Comunione e liberazione. Quando Negri denuncia il dilagare dell’“ideologia massmediatica” interpella direttamente la coscienza professionale dell’operatore di comunicazione. E quando ricorda che il “secolo breve” appena trascorso è stato assai più un secolo di totalitarismi che di libertà, chiede all’osservatore di cose economiche se per caso la “Grande Crisi” in corso non sia in realtà l’eredità velenosa di qualcosa che si annunciava invece come l’esatto opposto di nazifascismo e comunismo. Le due questioni sono strettamente intrecciate: gli ultimi venticinque anni hanno visto l’affermazione di una reale “libertà di mercato” oppure di un “libero mercatismo” ideologico? Lo sviluppo dell’information and communication technology, apparentemente neutro e ritenuto “liberante”, si è fatto invece portatore di un’omogeneizzazione restrittiva e “al ribasso”?

Sono passati più di tre anni dal crack-simbolo di Lehman Brothers. eppure l’Euramerica è ancora lontana da una coscienza condivisa su quanto è successo: è stata un’esplosione centrifuga? In ogni caso quel “globo” andato in frantumi assomiglia parecchio a quell’Italia che pretendeva di essere “unita”, ma lo era molto poco o lo è diventata solo quando ha incluso tutti e tutti hanno voluto entrarvi. Il collasso di banche e mercati è stato - anche - un’implosione centripeta di un establishement autocratico? Quante analogie con le élite risorgimentali che hanno preteso di imporre con tecniche massmediatiche la propria egemonia ideologica come approdo irreversibile al “migliore dei mondi possibili”.



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