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FINANZA/ 2. C’è una bomba a orologeria sotto le banche italiane

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Calcolate che il coupon a tre anni che verrà venduto il prossimo 16 gennaio sarà dello 0,18%, mentre il rendimento del decennale resta sotto l’1%. Per chi non arriverà alla cifra di 10 milioni, ma supererà il milione di yen di investimento, ci sarà una moneta d’argento da 31,1 grammi. Insomma, manca solo che per piazzare un po’ di debito in Giappone ti regalino anche due etti di prosciutto crudo e un pacchetto di sigarette: attenzione, il 2012 sarà l’anno del botto obbligazionario contemporaneo allo scoppio della bolla cinese, il cosiddetto hard landing.

Terzo, le banche francesi hanno perso qualcosa come 100 miliardi di euro in depositi a breve termine nel solo mese di settembre scorso, molti dei quali proprio per mosse precauzionali dei money market funds statunitensi e asiatici, spaventati dall’esposizione francese sull’Italia. Detto fatto, ad andare in sofferenza estrema sono stati i bilanci della Banca centrale francese, le cui liabilities sono salite di colpo a fine luglio, passando da 10 miliardi ai 98 di settembre, un dato che fa tremare polsi se paragonato a quelle di altre banche centrali di paesi cosiddetti a rischio fallimento: quella irlandese 118 miliardi, quella spagnola 108 e Bankitalia 89. A giustificare questo collasso, tre avvenimenti: il crollo degli ordini manifatturieri nell’eurozona del Sud, la geniale intuizione di Jean-Claude Trichet di alzare i tassi e l’altrettanto furba scelta del vertice Ue di luglio di coinvolgere i creditori privati della Grecia nel piano di salvataggio. E dove sono finiti quei soldi? In Germania, Olanda e Lussemburgo, lo conferma la Bce nel suo dato Target2. Insomma, siamo ormai in un territorio sconosciuto della teoria monetaria e il gap tra Nord e Sud dell’eurozona si sta ampliando in maniera spaventosa.

A mio avviso questi tre dati sono sufficienti per non riporre alcuna fiducia nella due giorni europea che si apre oggi. Ma c’è un altro dato che appare decisamente interessante, anche alla luce della manovra lacrime e sangue varata dal governo Monti, non sorprendentemente gentile con le banche e spietata invece con i contribuenti. Ieri Bankitalia ha reso note alcune cifre interessanti, eccone due. Rallentano i prestiti del settore bancario alle famiglie a ottobre, mentre nel mese di novembre le banche italiane si sono rifinanziate presso la Bce per un ammontare di 153,2 miliardi di euro rispetto ai 111,2 miliardi di ottobre. Insomma, rubinetti chiusi per famiglie e imprese e caveau pieni di soldi della Bce, cioé dei contribuenti, pronti a tornare a dormire nei depositi overnight dell’Eurotower in ossequio all’assenza di fiducia e al credito interbancario congelato. Certo, è più che probabile che la gran parte di quei soldi vada a colmare il gap di liquidità e quindi servano a garantire crediti e pagamenti (tipo i grandi versamenti fiscali di privati e imprese dal 28 novembre al 22 dicembre), ma il nodo non sta qui.

Sempre Bankitalia ha infatti reso noto che le banche italiane sono le colpevoli della crescita a dismisura della vendita di credit default swaps nell’eurozona! Evviva, i cinque principali istituti di credito italiani (che coprono il 90% del mercato nazionale di derivati) hanno visto crescere la vendita netta di protezione del 41% alla fine di giugno, raggiungendo quota 24 miliardi di dollari. Il valore nominale del contratti derivati di banche italiane è cresciuto del 13% nella prima metà di quest’anno raggiungendo quota 11,1 triliardi di dollari, stando a quanto riportava Bankitalia su dati forniti da Unicredit, Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi, Banco Popolare e Ubi Banca.


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