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FINANZA/ 2. C’è una bomba a orologeria sotto le banche italiane

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Insomma, lungi dal tenere fede al loro mandato statutario di erogare credito e gestire risparmio, le principali banche del nostro Paese - quelle che vedranno la rivalutazione catastale dei loro immobili al 20% contro il 60% dei comuni mortali e beneficeranno del tetto sull’uso di contante nei pagamenti - continuano a giocare a Goldman Sachs, basando tutto sui trading desks invece che sugli sportelli. Non sarebbe la prima volta che una banca scommette sul fallimento del proprio Paese o continente, arricchendosi vendendo protezione (nel marzo del 2010, quando quei geni di tedeschi minacciavano addirittura di muovere i servizi segreti contro la City di Londra e Wall Street, si scoprì infatti che il più grosso speculatore contro la Grecia era proprio la banca statale ellenica Hellenic Post Bank, detentrice del 15% degli 8 miliardi di dollari nozionali di cds greci), ma questa volta la cosa è diversa e l’aumento del 13% dell’ammontare nozionale in derivati è qualcosa di spaventoso.

I nostri istituti, infatti, non operavano in strategia speculativa, ma tentavano di bypassare la difficoltà per il mercato europeo di finanziarsi in dollari, vendendo credit default swaps denominati proprio in biglietti verdi. Ovvero, offrendo protezione derivata agli investitori in cambio di un cashflows in dollari che altrimenti era reperibile solo a costi proibitivi sul mercato. Ora però che la Fed ha offerto alla Bce linee di swaps in dollari più semplici e a basso costo, quel nozionale enorme di derivati resta sul groppone delle nostre banche che pensavano di essere più furbe delle altre (anche se probabilmente una parte di quell’aumento di posizioni cds non è in conto proprio, ma bensì per conto di clienti, ovvero anche banche straniere). Insomma, lungi dall’essere sanissimo come dice, il nostro sistema bancario si è seduto su una bomba a orologeria. E il governo Monti lo sa, altro che conti in rosso e stipendi e pensioni a rischio senza questa manovra, tutta in favore della banche: qui stava saltando il sistema creditizio. E, ancora una volta, sarà il vostro salasso al distributore o la vostra Imu sulla prima casa a tappare la falla.

 

P.S. E tanto per capire quale sia lo stato di sofferenza del sistema bancario europeo riguardo le necessità di finanziamento in dollari, Reuters rende noto che a una settimana dall’intervento sulla liquidità deciso da Fed e altre cinque banche centrali, la prima offerta in tal senso da parte della Bce ha conosciuto una domanda record. Gli istituti dell’eurozona hanno infatti chiesto all’Eurotower 50,7 miliardi di dollari di finanziamento a 84 giorni e 1,602 miliardi di dollari a una settimana, ben al di sopra della previsione media di 10 miliardi di dollari stilata dall’agenzia d’informazione attraverso un sondaggio tra money market traders.

Il problema è che queste misure, in quanto emergenziali, servono soltanto a cercare di rallentare una sempre crescente crisi di solvibilità nell’eurozona, ma difficilmente otterranno risultati sul lungo periodo. E a complicare il quadro è il fatto che gli indicatori di liquidità non denominati in dollari hanno toccato ieri un’altra volta un punto di inflessione, virando in negativo: lo spread Euribor/Ois a tre mesi è infatti salito a 1002 da 0,999 di martedì, in prossimità del massimo della scorsa settimana a 1006, il peggior dato dal marzo 2009. Cosa significa questo? Volgarmente parlando, lo squeeze di finanziamento ha cominciato a spostarsi dal dollaro e sta impattando il mercato dell’euro stesso, un qualcosa su cui la Fed non ha il benché minimo controllo.



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