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Economia e Finanza

FINANZA/ A chi tocca pagare se si "rompe" l’Egitto?

La situazione in Egitto mette a rischio un’intera regione. Secondo MAURO BOTTARELLI potrebbe essere l’Asia a pagare il prezzo più alto a questa destabilizzazione

In Egitto si cerca di non restare senza scorte alimentari (Foto Ansa)In Egitto si cerca di non restare senza scorte alimentari (Foto Ansa)

Non so voi, ma io non sono mai riuscito ad appassionarmi troppo alle “rivoluzioni spontanee” elaborate a tavolino dal Dipartimento di Stato americano (il quale fa benissimo a tutelare gli interessi Usa, ma quando questi confliggono con quelli europei, ovvero i nostri, la cosa mi va meno a genio): non lo dico io, lo dicono i cables di WikiLeaks che certificano come da almeno due anni gli Usa stessero fiancheggiando (ovvero, organizzando e finanziando) l’opposizione egiziana in chiave di regime change.

Strano il mondo: fino a ieri Hosni Mubarak era l’interlocutore principale dell’Occidente verso il mondo arabo, era il campione del laicismo, della diplomazia e della moderazione, l’uomo su cui le cancellerie potevano fare affidamento, il politico che sancì la pace con Gerusalemme. Di colpo, in una settimana, è diventato un mostro da abbattere. A che prezzo, politico, lo scopriremo a breve visto che dietro la faccia spendibile e da premio Nobel di Mohamed Al-Baradei ci sono i Fratelli Musulmani, organizzazione saggiamente messa fuori legge proprio da Mubarak e destinata ora a un ruolo molto simile a quello di Hezbollah in Libano: non a caso, come spessissimo accade, l’unico parere sensato al riguardo è giunto da Israele, spaventato da una deriva iraniana dell’Egitto e pronto ad accomunare Barack Obama a Jimmy Carter: quest’ultimo, infatti, si giocò proprio l’Iran sul finire degli anni Settanta, con ciò che ne conseguì e ancora ne consegue.

Vedremo, per ora di certo c’è l’impatto economico di questa “rivolta popolare” eterodiretta. I tassi dei mercati monetari nelle nazioni in via di sviluppo stanno crescendo a ritmi mai conosciuti dal 2008, con le banche centrali dalla Cina al Brasile intente ad alzare i costi per il prestito e gli istituti di credito decisi ad accumulare contante per i timori di destabilizzazione del Medio Oriente a causa della rivolta egiziana. Il rendimento sull’indice JP Morgan Chase&Co ELMI+ sul debito a medio termine nei mercati emergenti è salito al 2,5% il 28 gennaio scorso, dal minimo storico dell’1,74% registrato solo il 31 dicembre. Ma anche i costi del prestito cosiddetto overseas sono saliti, con l’extrarendimento da pagare per i bonds denominati in dollari delle nazioni emergenti rispetto ai Treasuries statunitensi schizzato al 2,77%.

L’inflazione sta accelerando in sette delle dieci più grandi nazioni emergenti a causa dell’aumento dei prezzi dei generi alimentari e del cotone, mentre il petrolio ha portato l’indice S&P GSCI delle commodities al livello massimo dal settembre 2008: il 28 gennaio il prezzo del greggio è salito del 4,3% sopra quota 90 dollari il barile. Non a caso ieri Credit Suisse ha degradato gli emergenti da "overweight" a "neutral". E mentre la Borsa del Cairo, capace di perdere il 16% in cinque giorni la scorsa settimana, resta chiusa, tutte le altre Borse dell’area arrancano con l’indice benchmark di Dubai al minimo da quattro mesi.


COMMENTI
01/02/2011 - Causa (J B)

Come ben detto, l'aumento del prezzo delle commodities è il detonatore della crisi che stanno vivendo il Nord Africa e l'Egitto. Un detonatore innescato dalle politiche monetarie ultra inflazioniste delle varie banche centrali, FED in primis. Vedremo di quanto salirà il petrolio a breve. Poi cominceremo a ridere. Naturalmente sarà tutta colpa degli avidi speculatori, che certamente esistono (e sono molto avidi) ma che ancora una volta non sono la causa dell'aumento dei prezzi delle commodities, ma un effetto. D'altronde "fare i soldi" è proprio la natura del sistema. E così è giusto che sia. Con buona pace di Sarkozy e delle sue inutili uscite, tipiche del socialista che in effetti è.