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FINANZA/ A chi tocca pagare se si "rompe" l’Egitto?

Pubblicazione:martedì 1 febbraio 2011

In Egitto si cerca di non restare senza scorte alimentari (Foto Ansa) In Egitto si cerca di non restare senza scorte alimentari (Foto Ansa)

Ma gli Usa sono interessati anche ad altro, ovvero evitare il blocco del Canale di Suez, letteralmente la più grande arteria per il petrolio che fa funzionare l'economia Usa (ogni giorno vi transitano 4-5 milioni di barili, cioè il 5% della produzione mondiale e il 7% del commercio internazionale) e che in caso divenga indifendibile dalla montante protesta - e quindi incapace di funzionare a pieno regime - potrebbe portare a un raddoppio del prezzo del greggio e al prezzo record di 7 dollari per un gallone di gas: occorre quindi destabilizzare in fretta per stabilizzare altrettanto di corsa la situazione. Venerdì scorso, infatti, i timori che dall'Egitto possa innescarsi un contagio di instabilità ai paesi produttori della regione hanno portato i futures sul Brent trattati a Londra a 99,63 dollari al barile, record da sedici mesi a questa parte, senza alcuna giustificazione sul piano della domanda reale.

 

Non fatevi abbindolare dalla storiella della rivoluzione per il pane: non furono certo i magri raccolti del 1788 a scatenare la Rivoluzione francese! L’aumento dei prezzi delle commodities, infatti, è solo il detonatore capace di innescare un circolo vizioso, con governi vulnerabili intenzionati a mettere sotto chiave provviste di grano finché possono. L’Algeria ha comprato 800 mila tonnellate di frumento la scorsa settimana, l’Indonesia ha ordinato 800 mila tonnellate di riso, entrambi quantitativi che eccedono grandemente i normali stock di acquisto. Anche Arabia Saudita, Libia e Bangladesh stanno cercando di assicurarsi extra-forniture di grano: insomma, i governi spaventati dall’agflazione e dall’aumento del prezzo delle commodities stanno mettendo in “corner” il mercato, scatenando proprio questo effetto!

 

La Fao ha dichiarato che il suo indice globale sul cibo ha sorpassato il suo massimo del 2008, in termini sia nominali che reali. L’indice sui cereali è salito del 39% lo scorso anno, quello sul petrolio del 55%. E proprio per evitare questa profezia autogenerante, la stessa Fao ha implorato i governi affinché evitino risposte dettate dal panico che «aggraverebbero soltanto la situazione». Il problema è che Hosni Mubarak, come Ben Ali, ha poco da ascoltare la Fao quando i palazzi del potere sono accerchiati da chi protesta contro il prezzo del pane! Come sapete, sono più che scettico su determinate pratiche puramente speculative legate alle commodities, ma quando sento Nicolas Sarkozy gridare contro gli hedge funds e promettere che la sua presidenza del G20 distruggerà questo racket, mi viene da ridere. Chiedete, infatti, al presidente francese perché ha richiesto il ritiro della pubblicazione del documento redatto dalla Commissione europea sul peso dei mercati derivati in questo settore, previsto in un primo tempo per domani.

 

Semplice, perché esattamente come i report fotocopia commissionati ai regolatori britannici e statunitensi, aveva raggiunto il medesimo risultato: zero evidenze rispetto al cambiamento dei processi di formazione dei prezzi a causa dei mercati derivati. I quali, infatti, hanno nella maggior parte dei casi effetto neutro a livello di contratti future: per ogni trader che fa soldi andando lungo su grano, zucchero o zinco, c’è un trader che ne perde giocando la partita opposta. È il semplice trasferimento di carta tra soggetti finanziari. Per impattare pesantemente i prezzi bisogna comprare e stoccare la commodity fisica, operazione costosa e difficoltosa, a meno che il soggetto non sia un governo: come quello cinese, ad esempio, che lo scorso anno, attraverso le sue aziende controllate, ha stoccato quantitativi enormi di rame (il cui prezzo, casualmente, ora è alle stelle).


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COMMENTI
01/02/2011 - Causa (J B)

Come ben detto, l'aumento del prezzo delle commodities è il detonatore della crisi che stanno vivendo il Nord Africa e l'Egitto. Un detonatore innescato dalle politiche monetarie ultra inflazioniste delle varie banche centrali, FED in primis. Vedremo di quanto salirà il petrolio a breve. Poi cominceremo a ridere. Naturalmente sarà tutta colpa degli avidi speculatori, che certamente esistono (e sono molto avidi) ma che ancora una volta non sono la causa dell'aumento dei prezzi delle commodities, ma un effetto. D'altronde "fare i soldi" è proprio la natura del sistema. E così è giusto che sia. Con buona pace di Sarkozy e delle sue inutili uscite, tipiche del socialista che in effetti è.