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FINANZA/ Così la bolla egiziana è pronta a far “vittime”

Pubblicazione:giovedì 10 febbraio 2011

La borsa del Cairo (Foto Ansa) La borsa del Cairo (Foto Ansa)

Scusate un secondo: cosa sta succedendo in Egitto? Fino alla scorsa settimana il paese sembrava sull’orlo della guerra civile, le piazze ribollivano, morti e feriti per le strade, Mohamed el-Baradei aveva dato tre giorni a Hosni Mubarak (quando si sa che, almeno per bon ton, anche alle domestiche ne si danno otto per fare i bagagli), gli Usa spingevano diplomaticamente come pazzi per una transizione lampo che comprendesse un ruolo per i Fratelli musulmani.

 

E ora? Cos’è tutta questa calma? Cos’è questa riflessività? Semplice, due motivi. Primo, Israele ha giustamente fatto sapere che non permetterà che venga messa in discussione la sua sicurezza per decisioni prese a tavolino a migliaia di chilometri. Secondo, l’Egitto instabile è una miniera d’oro per fare affari. Negli ultimi otto giorni ho letto almeno cinquanta report sul paese dei Faraoni e sulle opportunità che il suo attuale “stato di salute” concede, soprattutto grazie alla chiusura della Borsa che ha gonfiato il giro d’affari degli Etf, preparando una bolla pronta a scoppiare.

 

Ma andiamo con ordine. I timori per la stabilità hanno portato il valore di titoli privilegiati a livelli bassissimi grazie al sell-off da panico, nonostante i forti fondamentali di queste azioni e quelli dello stesso paese: popolazione giovane, posizione geografica strategica, solide basi per un gran numero di aziende. Un solo timore: se il futuro governo dovesse essere di ispirazione confessionale, il rischio di rinazionalizzazione di molti comparti si farà reale.

 

Ma si sa, pecunia non olet. Tanto più che dopo i paesi cosiddetti Bric, l’Egitto è una delle mete preferite degli investitori internazionali, con un livello di denaro estero investito pari a 20 miliardi di dollari diviso tra equity e mercati a reddito fisso, stando a dati della Pictet Asset Management. Inoltre le banche sono molto liquide, con una ratio prestiti/depositi attorno al 50%: certo, il Pil che dipende per l’11% dal turismo non è un bel dato in caso di protratta instabilità, ma in alcune aree del paese, nei fatti, la situazione appare già stabile per serene vacanze.


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