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SCENARIO/ 1. Ugo Bertone: un pari tra Berlusconi e Bersani, ha vinto la Merkel

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Silvio Berlusconi e Pierluigi Bersani (Foto Imagoeconomica)  Silvio Berlusconi e Pierluigi Bersani (Foto Imagoeconomica)

Insomma, esiste un quadro noto da tempo, e cioè che le condizioni della finanza pubblica non consentono di sostenere una politica espansiva. Ma esiste anche un’emergenza nuova: non basta difendere, con alterna fortuna, la diga del debito pubblico. Occorre pure tornare a investire. Anzi, visto che non si può spendere, creare le premesse perché lo facciano i privati. O la stessa Unione europea, i cui fondi sono al palo da anni (22 miliardi circa per il Mezzogiorno). Impresa improba, di questi tempi: basti pensare alla parabola della Fiat, che ha ormai avviato l’operazione di sganciamento del quartier generale dal Bel Paese.

 

Per conseguire il risultato, con il portafoglio vuoto, Berlusconi ha deciso di muoversi su due piani: una manovra a lungo termine, basata sulle riforme costituzionali; un pacchetto di misure buone a sbloccare fondi pubblici a vantaggio delle grande infrastrutture e delle Pmi. Misure modeste, tuona il leader del Pd, Pierluigi Bersani, che sono una semplice “diversione”: con provvedimenti del genere, aggiunge, non si muove che lo 0,15% del Pil, ad andare bene. Altro che l’1,5% promesso dal premier. Misure modeste, ma comunque utili, si può ribattere. Che vanno in una giusta direzione.

 

Ma chi ha ragione? Al di là dell’entità della manovra, davvero poca cosa rispetto alle necessità, o del drammatico contesto in cui vanno a cadere (non ci si può stupire se un premier accerchiato non riesce ad imporre la sua legge nemmeno sulle pompe di benzina), c’è da chiedersi se la terapia, basata su liberalizzazioni, libertà di impresa e fiscalità di vantaggio vada nella giusta direzione. Le perplessità, al proposito, non mancano.



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