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REFERENDUM/ C'è una guerra tra pubblico e privato che "inquina" l’acqua

L’annunciato referendum sull’acqua sembra contrapporre pubblico e privato. PAOLO NARDI ci spiega come questa sia però una questione poco cruciale

Una manifestazione a sostegno del referendum sull'acqua (Foto Ansa) Una manifestazione a sostegno del referendum sull'acqua (Foto Ansa)

Salvo lo scioglimento anticipato della Camere, nei prossimi mesi si svolgerà il tanto controverso referendum abrogativo di parte della riforma sui servizi pubblici locali (Spl) voluta dal Governo. La riforma e i suoi decreti attuativi ammettono la gara come strumento ordinario di assegnazione del servizio idrico o della quota minoritaria nella società partecipata che lo gestisce; la gestione in house resta una categoria residuale ed eccezionale.

Sebbene non vi siano vincoli sulla natura proprietaria della società che parteciperà alla gara e nonostante le diverse eccezioni alla gara consentite nel regolamento attuativo, si può dire che il coinvolgimento di capitali privati è certamente incentivato. E su questo i promotori del referendum hanno puntato il dito, giocando di sponda su una certa parzialità di informazione. D’altra parte, va sicuramente riconosciuto loro l’aver richiamato il valore pubblico non solo della risorsa idrica, ma anche delle infrastrutture, la cui costruzione risale spesso al coinvolgimento operativo ed economico della comunità locale nel corso di decenni.

Ma è proprio vero che basta un assetto istituzionale, pubblico o privato (o misto) che sia, per garantire l’economicità e la tutela degli interessi della comunità locale? La risposta è no. E ci sono due metodi per verificarlo.

In primo luogo, un’analisi della realtà italiana. Nel panorama delle utilities idriche italiane, la proprietà pubblica o mista a maggioranza pubblica caratterizza ben oltre la metà degli attuali soggetti affidatari, soprattutto nelle grandi città, eppure l’Italia registra un gap infrastrutturale enorme. La Commissione di vigilanza sulle risorse idriche (Conviri) nel 2010 ha quantificato in più di 45 miliardi di euro il fabbisogno di investimenti nel Paese, pari a 35,80 €/abitante/anno.

Anche il Bluebook 2010 presenta una stima molto alta, oltre 64 miliardi di euro, per un totale di circa 37,32 €/abitante/anno. Un possibile obiettivo di questi investimenti, per esemplificare, potrebbe essere quello di ridurre l’alto tasso di perdite registrate: in media il 37%, con punte che superano il 60% dell’acqua immessa.

A oggi, la differenza registrata tra gli investimenti già pianificati e quelli effettivamente realizzati (relativamente a un campione di 54 Ambiti territoriali ottimali - Ato) è sostanziale: lo scostamento è pari al 45% di opere non realizzate, prevalentemente a causa di ritardi di costruzione (70%) e maggiormente concentrati negli investimenti che vedono coinvolti gli Enti locali.