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FINANZA/ La strategia cinese che può aiutare l’Italia

La Cina sembra intenzionata a diversificare le sue strategie finanziarie e questo, spiega MAURO BOTTARELLI, può rivelarsi positivo per l’Italia

Wen Jiabao e Silvio Berlusconi (Foto Ansa) Wen Jiabao e Silvio Berlusconi (Foto Ansa)

In ossequio al rischio inflattivo, la Cina ha festeggiato il suo Capodanno con il terzo aumento dei tassi di interesse in quattro mesi, segnale chiaro di un allarme non più solo formale, ma anche di un attivismo delle istituzioni che altrove appare un miraggio.

 

La Banca centrale di Pechino ha alzato il tasso di prestito a un anno al 6,06% dal 5,81% e il tasso di deposito al 3% dal 2,75%. Un intervento scontato, visto che negli ultimi sei anni i regolatori cinesi sono intervenuti ben cinque volte a ridosso delle festività per l’anno nuovo con politiche restrittive, o alzando i tassi o agendo sulla ratio dei requisiti di riserva. D’altronde, anche quest’anno le banche cinesi hanno inondato l’economia con fiumi di liquidità, qualcosa come 500 miliardi di yuan (circa 75 miliardi di dollari) in nuovi prestiti solo nella prima settimana di gennaio, strategia consolidata visto che permette loro di incamerare interessi per il resto dell’anno.

 

Il problema è che questa liquidità immessa sta facendo impennare l’inflazione, già stimolata dalle tempeste di neve del mese di gennaio che hanno danneggiato i raccolti e fatto alzare ulteriormente i prezzi dei generi alimentari. Daiwa Capital Markets prevede che l’inflazione per i prezzi al consumo potrebbe toccare il 6% per il mese di gennaio, mentre agli analisti arrivano addirittura ad azzardare un 8% nel primo trimestre. Insomma, servono misure di contrazione visto che l’economia cinese sta vivendo il combinato di crescita molto rapida dell’attività ed elevata inflazione: non è escluso, quindi, che il governo di Pechino possa limitare la spesa per investimenti attraverso le aziende statali e approvare un minor numero di progetti al fine di giungere a un tasso inflattivo attorno al 3% entro l’anno.

 

Le statistiche, d’altronde, dimostrano come l’economia cinese stia aumentando di velocità e sia cresciuta a un tasso annuale del 9,8% negli ultimi tre mesi del 2010, mentre l’inflazione nel mese di dicembre era scesa al 4,6% dal picco del 5,1% di novembre: dinamiche macro, di fatto, sostenibili con politiche appropriate. Inoltre, quest’anno molte aziende hanno intenzione di racimolare più capitale sui mercati: Aluminium Corporation of China ha pianificato la vendita di oltre un miliardo di azioni a dieci grandi investitori, mentre la Shanghai Great Wisdom, una delle principali aziende finanziarie del Paese, è stata collocata con successo in Borsa, conoscendo un apprezzamento del titolo del 10% rispetto al prezzo di offerta. Insomma, i problemi ci sono ma appaiono gestibili a fronte di numeri del genere.

 

E nonostante il Brasile abbia appena ufficializzato la propria scelta di fronte comune con gli Usa nella lotta per l’apprezzamento dello yuan (gli investimenti esteri hanno fatto apprezzare il real del 38% sul dollaro negli ultimi due anni e il flusso di import a basso costo cinese ha danneggiato la base manifatturiera brasiliana), Pechino - da tre giorni ufficialmente seconda economia del mondo, dopo il sorpasso sul Giappone - si comporta ormai da player globale e come tale cerca non solo espansione, ma anche alleanze strategiche al di fuori del vincolo “detenzione debito/collocamento export” con gli Usa e la concorrenza nemmeno più sottotraccia con i rimanenti paesi del Bric.