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FINANZA/ 1. C'è un patto franco-tedesco che minaccia l’Europa

Angela Merkel e Nicolas Sarkozy (Foto Ansa) Angela Merkel e Nicolas Sarkozy (Foto Ansa)

Il “patto” è un tentativo di affrontare adesso molti nodi che numerosi economisti europei, americani e asiatici avevano visto al momento della definizione del percorso della strada verso l’euro (pur non avendo piena consapevolezza della gravità della “questione demografica”), ma le cui voci sono state allora tacciate di anti-europeismo. Il tentativo ha due parti. Da un lato, al pari di come con l’accordo del Louvre del 1987, la Francia decise che per avere, e tenere, un franco forte si sarebbe dovuta agganciare alla politica monetaria decisa a Francoforte (dalla Bundesbank), oggi Parigi, unitamente a Berlino, chiede che i Paesi “laschi” (Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e - nei corridoi delle riunioni internazionali lo si dice apertamente - Italia) adattino le loro strutture economiche a quelle dell’economia dominante: il punto centrale non è la regola “costituzionale” del pareggio di bilancio (l’art. 81 della Costituzione italiana è prova documentata del valore e della credibilità di tale regole), ma l’innalzamento a 67 anni dell’età minima per andare in pensione e l’abolizione delle indicizzazioni salariali.

 

Il Governo francese ben sa che queste “regole” possono essere accettate unicamente se parte di un “patto” paritario come quello del Louvre del 1987. Sono misure difficili da fare inghiottire (in Germania sono state strumenti per contenere i consumi e aumentare la produttività), ma che possono contribuire al miglior governo del declino, rendendone gli effetti meno duri e distribuiti più equamente.

 

Ci sono, però, anche misure che rischiano non solo di non risolvere e anche aggravare il problema immediato della minaccia d’insolvenza, ma pure di accelerare il declino. Marco Fioravanti e Claudio Vicarelli, su lavoce.info del 15 febbraio, illustrano con chiarezza che se applicate le regole più stringenti di bilancio porterebbero la Grecia a un fallimento analogo a quello dell’Islanda nell’ottobre 2008 e avrebbero conseguenze negative sulla crescita e sulla stabilità dei conti di Spagna, Portogallo e Italia.

 

A questi aspetti di breve periodo se ne aggiungono almeno due di più lungo periodo: l’armonizzazione tributaria e il riconoscimento dei titoli di studio (dando a tali titoli valore legale pure negli Stati dove non lo hanno) sarebbero macigni nei confronti delle trasformazioni delle economie reali. Aggravando il declino dell’Ue.

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COMMENTI
21/02/2011 - il patto franco tedesco e la crescita UE (antonio petrina)

Non se Pennisi abbia letto su IL Foglio di venerdì la lectio magistralis del prof Forte, ma la frase di SArkozy per favorire la crescita senza imposta patrimoniale , dopo aver evitato la crisi, è la seguente :"capitalismo familiare sì ,capitalismo finanziario no": ma saranno capaci gli amministratori ,di ogni ordine e grado, di favorire anche noi la famiglia ,capitale economico,morale e finanziario, come propugnava il prof Pesenti su queste colonne de IL Sussidiario a piè sospinto onde garantire un tenore di vita ai ns nipoti in vista dello spettro del 2050 ?

RISPOSTA:

Ne sono consapevolissimo. Rimando il lettore al mio editoriale su Avvenire del 7 febbraio; può richiedermelo per mail (giuseppe.pennisi@gmail.com)