BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

FINANZA/ 2. Altro che Libia, l’Irlanda torna a minacciare l’Ue

Pubblicazione:mercoledì 23 febbraio 2011

Foto Ansa Foto Ansa

E qui, a occhio e croce, Nicolas Sarkozy già starebbe brancolando nel buio con gli occhi rivolti al cielo. Insomma, la speculazione non solo stabilizza i prezzi che hanno fluttuazioni meno marcate di quanto avrebbero altrimenti, ma tende anche a distribuire e rendere più uniforme la disponibilità della merce nel tempo. Attacca Martino: «Se le cose stanno così, non si vede perché il fenomeno debba meritare la riprovazione generale. Ovviamente nulla garantisce a priori che gli speculatori guadagnino dalla loro attività e se, per incompetenza o carenza di informazione, effettuano scelte sbagliate, non solo ci rimettono loro, ma determinano anche conseguenze negative per la collettività. Infatti, se comprano quando c’è penuria di un certo prodotto, lo rendono ancora più scarso e determinano un ulteriore aumento del suo prezzo e, se vendono quando è abbondante, riducono ulteriormente il già basso prezzo. In questo caso, la speculazione è destabilizzante e gli speculatori nel loro insieme subiscono perdite.

 

Com’è ovvio, tuttavia, ciò non accade intenzionalmente - guadagnare è interesse di chi specula - ed è quindi da ritenersi eccezionale la speculazione destabilizzante. Questa lunga e spero semplice premessa serve per mostrare come sia insensata l’idea diffusa secondo cui l’alto prezzo del petrolio sia dovuto alla speculazione - “ci sono più contratti che barili” ha sentenziato con grande sicumera il nostro impareggiabile ministro dell’Economia - perché, a meno di sostenere che gli speculatori siano autolesionisti, non si vede perché dovrebbero acquistare quando il prezzo è alto (in attesa di poter vendere quando sarà più basso?)». Cosa succede allora?

 

Semplice. Quello che accade è che gli speculatori prevedono prezzi più alti degli attuali e quindi comprano adesso per vendere allora, così facendo consentono al prezzo di anticipare adesso una parte dell’aumento che è destinato ad avere in futuro. «Questo - conclude Martino ospitato dall’Istituto Bruno Leoni - incentiva un uso meno esteso del petrolio, l’adozione di tecniche volte a risparmiarlo e la ricerca di nuovi approvvigionamenti, tutte attività che lo renderanno meno scarso e meno caro in futuro. Ancora una volta siamo in presenza di un’attività socialmente benefica: gli speculatori, arricchendosi, fanno anche il nostro interesse».

 

Chiaro, adesso? Quindi, le baggianate che sentirete a iosa in questi giorni di greggio ai massimi da due anni e mezzo, argento sugli scudi (cartina di tornasole dell’inflazione reale negli Usa), rame ormai ambito come il platino, vanno trattate come tali. Non sanno cosa dire e allora si affidano al populismo da keynesiani di ritorno: leggessero Von Hayek o Von Mises, forse, eviterebbero queste patetiche crociate salvamondo degne di Beppe Grillo.


< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >

COMMENTI
28/02/2011 - (continuo) Causus belli (Soave Arturo)

... 2.il casus belli con l'Iran si poteva creare in molti modi più semplici, senza dover "buttare via" tre dittatori che erano diventati "amici" dell'Occidente. Basterebbe insistere per inviare gli ispettori ONU dell'Agenzia Nucleare per trovare un casus belli, come per l’Iraq. 3.per creare un Casus Belli non apro un altro fronte di guerra (la Libia, dato che se cade nella guerra Civile un intervento NATO diventa inevitabile data la vicinanza della stessa all'Europa). 4.prendere ad esempio QUALSIASI Guerra combattuta dagli USA nel passato non funziona, dato che nemmeno nel 2003 la situazione contabile degli USA era così ballerina (uscivano pur sempre dai ruggenti anni Clintoniani e Bush si poteva permettere perfino di tagliare le tasse). Con l'attuale bilancio Federale, col piffero che possono pagare una guerra (posto che poi gli mancherebbero anche gli uomini, a meno di non reintrodurre la leva obbligatoria). Grazie per l'attenzione.

 
28/02/2011 - alcuni dubbi sul casus belli (Soave Arturo)

Salve, discutendo sulle "rivoluzioni" arabe ho proposto la tesi di questo articolo concludendo prendendo ad esempio che nel complesso, nonostante un accenno di ripresa a partire dal 1933, la grande depressione non fu completamente superata fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Ma come al solito sono stato tacciato di complottismo da gente che evidentemente non ha studiato la storia. Su alcuni appunti che mi sono stati fatti pero' mi piacerebbe avere, se possibile, vostre risposte, magari qui o su un articolo dedicato, spacchetto i quattro puni in parte di seguito ed in parte in una ulteriore messaggio: 1.gli Stati Uniti hanno già problemi di bilancio enormi, aprire un terzo fronte (con l'Iran) se non addirittura un quarto (Libia e Iran) non porterebbe alcun giovamento all'economia USA, solo più debito pubblico e maggiore indebitamento. Fare una guerra all'Iran, un Paese di 68 milioni di abitanti in buona parte montuoso, costerebbe agli Stati Uniti una cifra folle. Sarebbe un'operazione militare che, con l'attuale situazione del bilancio USA, avrebbe costi proibitivi anche se non esistessero l'Iraq e l'Afghanistan. Aggiungiamoci poi che la Russia molto probabilmente ha già fatto capire che l'Iran è sotto la sua "protezione" (non si capisce altrimenti perchè l'ONU - su "suggerimento" degli USA - non sta spingendo sulla questione ispezioni nucleari). (continua...)

 
23/02/2011 - Chiudere il Circo (Lorenzo Moretti)

Egregio Bottarelli, la leggo spesso e con qualche difficolta' non avendo competenze finanziarie ma vorrei dirle che lei sembra troppo indulgente con la "speculazione". Vendere a molto e comprare a poco per guadagnarsi da vivere e' intrinsecamente immorale in quanto improduttivo e non vedo come possa contribuire al bene comnune a meno che non si voglia paragonare la nostra societa' alla savana africana paragonando sciacalli e speculatori. Nella savana gli sciacalli hanno una loro funzione ecologica ma dubito che si possa sostenere che gli speculatori possano considerarsi utili e non condivido il ragionamento suo e del Sig. Martino. Primo perche' gli speculatori non rubano ad altri speculatori ma a gente onesta che si guadagna da vivere lavorando. Secondo perche' sono contrario all'usura e al gioco d'azzardo che sono attivita' che andrebbero bandite dai nostri mercati che servono a organizzare le nostre vite e le nostre aspirazioni e non i giochi pericolosi di gente senza scrupoli. Mi dispiace ma non condivido.

RISPOSTA:

Immaginavo - e ne sono felice, perché penso che il dibattito e il confronto siano il seme stesso della democrazia e della conoscenza - che le tesi sostenute nel mio articolo avrebbero suscitato polemiche. Provo a dare una risposta ai dubbi che avete avanzato partendo da un presupposto: temo che voi scambiate la speculazione finanziaria con la deviazione finanziaria, ovvero con l’uso distorto e distorsivo che si fa di alcuni strumenti speculativi. Primo, partiamo dall’etimologia della parola. Speculazione deriva da specula (vedetta) e da specere (scrutare) e fa quindi riferimento a colui che stava di vedetta per guardare più lontano i movimenti delle truppe nemiche: speculare, quindi, significa guardare più lontano degli altri. Naturalmente, in filosofia come in finanza, nel tentare di “guardare più lontano di altri” si può aver ragione, ma si può anche aver torto. Da qui, il diverso atteggiamento di chi sta sul mercato. Un investitore, solitamente, prende posizioni sulla base di solide aspettative (ad esempio, acquista azioni poiché crede nella capacità di produrre utili delle aziende che ha acquistato), lo speculatore si muove sulla base di aspettative molto meno solide. L’investitore è molto interessato all’andamento dell’attività sottostante il titolo che ha acquistato. Al contrario, allo speculatore interessa il movimento del titolo, non il titolo stesso o l’attività che vi sta dietro (e a volte opera contro di essa). Detto questo, senza la speculazione finanziaria non potrebbero esistere gli investimenti finanziari così come li conosciamo oggi. Gli speculatori finanziari garantiscono ai mercati il servizio più importante: la liquidità. Se un investitore acquista un’attività finanziaria, ha la ragionevole certezza che in un qualsiasi momento futuro potrà rivenderla a un prezzo di mercato. Chi gli offre questa “ragionevole certezza”? Gli speculatori. La maggioranza delle negoziazioni sui mercati avviene per mano di quei soggetti che non sono realmente interessati a titoli sottostanti, ma che stanno compiendo scommesse su tali titoli. Se non vi fossero loro, i mercati sarebbero drammaticamente meno liquidi. Se un titolo non fosse facilmente vendibile in futuro, chi sarebbe disposto a comprarlo oggi? In altri termini, gli speculatori sono essenziali al funzionamento dei mercati finanziari. E questo vale anche e soprattutto per il piccolo investitore, più soggetto a intemperie di vario genere. Ciò che voi attaccate non è la speculazione, ma la deviazione finanziaria, ovvero - ad esempio - la possibilità nell’ambito dello short selling di immettere ordini di vendita per quantità illimitate, generando potenzialmente un disturbo al sistema il quale non porta alcun vantaggio, ma solo svantaggi. E gli esempi possono essere molti, ma la speculazione è la linfa vitale del libero mercato e la dinamo per la creazione di liquidità che genera poi posti di lavoro e ricerca. Attenti a buttare via il bambino con l’acqua sporca: i futures sul petrolio sono solo scambi di pezzi di carta finanziaria, come possono influenzare il prezzo del barile fisico? Sono gli accadimenti come quelli mediorientali, le catastrofi naturali o le politiche espansive sulla crescita come quella cinese a far salire o scendere i prezzi: i futures non possono portare il petrolio a 148 dollari! Non è colpa dei fondi speculativi se le grandi banche detengono l’80% delle posizioni futures sui generi alimentari e i metalli al puro scopo di creare un corner di mercato: spesso, ciò che si imputa agli speculatori è invece il principale mezzo di profitto dei soggetti istituzionali, anche statali, la cui mission statutaria dovrebbe essere tutt’altra (e che tre giorni prima del crollo di Lehman Brothers proponevamo a casalinghe e pensionati piani di investimenti con all’interno esposizioni sulla banca newyorchese. La quale ha smesso di truccare i conti e imbrogliare la gente grazie alle scommesse al ribasso di un fondo speculativo, il Greenlight Capital). Provate a rifletterci: chi scommette al ribasso ha lo stesso atteggiamento di chi compra un ventilatore a gennaio o un paio di scarponi da sci a luglio. Immette liquidità in circolo, magari sbagliando perché l’estate sarà fredda e in inverno non potrà andare in montagna. Cordialmente. (Mauro Bottarelli)

 
23/02/2011 - la legge della giungla (Fabrizio Terruzzi)

mi pare che sia provato il fenomeno "dell'euforia irrazionale" come della depressione irrazionale, per cui è normale che la speculazione spesso tenda ad ampliare e non a smorzare le fluttuazioni dei mercati. Questo nei fatti. Vedasi il petrolio a più di 140 dollari per poi scendere a 35, un prezzo assurdamente alto prima e assurdamente basso dopo. Il tutto nel giro di pochi mesi. Ronchey, sia pur da osservatore esterno, ma obiettivo, si poneva la domanda "ma questi capitalisti sono sani di mente?". Poi possiamo trastullarci con i ragionamenti, più teorici che provati, sull'utilità della speculazione ma vorrei che qualcuno dimostrasse che nella realtà i vantaggi superano gli svantaggi. Quando poi il 70% delle transazioni di borsa avviene nel giro di ca. 10 secondi mentre tutti si dimostrano disinteressati a sottoscrivere aumenti di capitale mi chiedo anch'io se non sia necessaria una riforma dei mercati. Nessuno nega l'opportunità della libertà economica, in cui ha un posto anche la speculazione, ma nessuno pensa che debba essere soggetta alle sole leggi della natura, cioè a quelle della giungla e non essere in qualche modo disciplinata e regolata. E' su questa disciplina e su queste regole che bisogna ragionare. Si potrebbero ripetere le stesse parole anche per quanto riguarda la globalizzazione dei mercati. L'argomento è quanto mai attuale.