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FINANZA/ 2. Così il petrolio può riportare il "panico" sui mercati

Il prezzo del petrolio torna a salire, ma non tanto per quello che sta avvenendo in Libia. MAURO BOTTARELLI ci spiega cosa pensano gli analisti sull’oro nero

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«Gli eventi che stanno accadendo in Libia sono certamente di primaria importanza storica e politica, ma rappresentano soltanto un appunto in rosso per il mercato del petrolio. Io credo che sia il rischio di contagio al Bahrain a rappresentare la più grave minaccia per la stabilità strategica del Medio Oriente e per il greggio», dichiara Helima Croft di Barclays Capital. Stando all’ultimo report del gruppo Exclusive Analysis, «c’è un moderato rischio di una transizione estremamente violenta in Bahrain, vero e proprio ago degli equilibri nell’area e paese che ospita la Quinta Flotta statunitense. Esiste una significativa probabilità che l’attuale status quo venga spazzato via violentemente e rimpiazzato da un nuovo ordine allineato all’Iran».

 

Martedì, una folla di sciiti, il 70% degli 800mila abitanti del Paese, si è radunata in piazza Manama’s Lulu per protestare contro l’ennesima minaccia della famiglia reale di piegare nel sangue le proteste. Re Hamad è pesantemente sotto pressione da parte degli Usa affinché eviti ulteriore repressione violenta (altrimenti sarebbe palese la politica di due pesi, due misure verso Mubarak e Gheddafi), ma questa politica di approccio morbido presenta dei rischi: se, infatti, il partito centrista sciita al-Wefaq chiede riforme pacifiche, il più radicale movimento Haq appare ben più difficile da controllare. Tanto più che il leader in esilio di questa formazione, accusato di sedizione, Hassan Meshaima, ha annunciato la volontà di tornare in patria la prossima settimana: a oggi non si sa se le autorità abbiano dato luce verde al rientro, ma le ombre dell’Iran khomeinista si fanno sempre più dense.

 

«In caso decida di tornare e venga arrestato al suo arrivo in patria, questo galvanizzerà l’opposizione e farà crescere la possibilità di rivolte violente», prosegue ancora Exclusive Analysis, secondo cui la possibilità di un rovesciamento del regime è oggi al 33%. Per Gary Sick, ex consulente della Casa Bianca per il Medio Oriente, «il tempo del dialogo ormai è passato, non si può trattare sul cadavere di dieci persone uccise dalle forze di sicurezza. I sauditi, poi, sono terrorizzati dall’idea di un contagio della protesta. In questa storia io non vedo nessuna possibilità di lieto fine». L’Iran, ovviamente, si sfrega le mani, visto che già tre anni fa l’ayatollah Ali Khamenei aveva chiesto l’annessione del Bahrain come quattordicesima provincia iraniana.

 

E l’ipotesi di un domino che coinvolga l’Arabia Saudita appare il “worst case scenario”, ma non un’opzione da scartare a priori: a oggi gli scontri tra manifestanti sciiti e servizi di sicurezza sono stati di bassa intensità e anche la piccola protesta di questa settimana ad Awwamiya è stata gestita con i guanti bianchi. A far paura, oggi, è “il giorno della collera” proclamato per il 13 marzo prossimo. Per Exclusive Analysis, attualmente esiste il 25% di possibilità di un cambio di regime in Arabia Saudita, «una possibilità che vediamo come improbabile, ma che se invece accadesse avrebbe un impatto devastante. La minaccia principale alla stabilità è data dalla possibile contemporaneità di una rivolta sciita e di una degli Hejazi nell’altra parte del Paese. La legittimazione della famiglia reale saudita dipende interamente dai clerici sunniti, i quali non saranno disposti a dare il via libera alle richieste dei rivoltosi sciiti, anche per evitare un pericoloso precedente nella storia del Bahrain».