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INCHIESTA/ Gas e petrolio della Libia mettono in ginocchio l'Italia?

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Da quanto appena descritto, si evince che il contributo del gas libico è minimo, e facilmente sostituibile grazie agli altri 5 punti di ingresso nella rete nazionale (2 terminal GNL e 3 gasdotti internazionali) e a un possibile (lieve) incremento della produzione interna. Per di più, l’ammanco libico consentirà ad alcuni operatori di ritirare quantità di gas russo già pagate lo scorso anno e non importate a causa del calo della domanda.

 

Tutto questo lungo discorso può essere riassunto da un semplice indice sulla sicurezza degli approvvigionamenti, elaborato dalla Commissione Europea. Su 27 Paesi, solo 5 hanno un indice di sicurezza più alto del nostro, e due di questi sono esportatori netti, ovvero Romania e Olanda.

 

Per quel che concerne il petrolio, la situazione non è diversa. La Libia è sì il nostro primo fornitore, ma la sua quota è intorno al 23%; inoltre, importiamo greggio da altri 25 Paesi. In caso di riduzione delle forniture libiche, approvvigionarsi da altre fonti sarebbe molto agevole, considerando anche che, a oggi, l’Opec ha una capacità inutilizzata pari a circa 4,5 milioni di barili giorno, quasi quattro volte l’intera produzione libica. Bisogna inoltre ricordare che l’Italia è un esportatore netto di prodotti raffinati: parte del greggio che arriva in Italia, insomma, è destinato, una volta lavorato, ad altri mercati. Va da sé che il peso netto del petrolio libico sui consumi interni netti è inferiore al 20%.

 

Insomma, al di là delle speculazioni sui mercati internazionali, il dramma libico non avrà ripercussioni sul nostro sistema energetico, che, nonostante le voci di tante Cassandre, è infrastrutturalmente adeguato per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti.