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FINANZA/ 1. Egitto, Iran e Arabia Saudita, le nuove minacce per i mercati

Se l’ondata di protesta del Nord Africa arriverà a toccare l’Arabia Saudita e il suo petrolio, spiega MAURO BOTTARELLI, le conseguenze economiche saranno gravi

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Questa volta l’allarme è di quelli seri - ancorché non nuovo - e messo nero su bianco: per Dominque Strauss-Kahn, numero uno del Fmi, il rimbalzo economico che si sta sviluppando a livello globale «si basa su fondamenta instabili, con molte nazioni alle prese con crisi occupazionali e le potenze nascenti come Cina, India e Brasile ormai a rischio di surriscaldamento. Non è il tipo di ripresa che vogliamo, è una ripresa resa possibile dalle tensioni e dai sacrifici che potrebbe gettare i semi della prossima crisi».

 

E poi, riferendosi alle rivolte nordafricane in atto, «il livello di disoccupazione globale rimane a tassi record con ineguaglianze di reddito che vanno a sommarsi a tensioni sociali: calcolando che nella prossima decade 400 milioni di giovani entreranno nella categoria della forza lavoro, potremo vedere un aumento dell’instabilità sociale e politica all’interno delle nazioni. Fino ad arrivare a guerre».

 

Già, la parola tabù è uscita dalla bocca di Dominque Strauss-Kahn, dopo essere stata scritta nero su bianco sul report del Fmi dal titolo “Inequality, Leverage and Crisis”, secondo cui l’estremizzazione del gap tra ricchi e poveri - con echi a quanto accadde nei tardi anni Venti negli Usa - è stata una della causa reali della grande recessione del 2008-2009. Di più, per il centro studi del Fmi, «il mondo rischia disastrose conseguenze se i lavoratori non recupereranno potere d’acquisto. Occorrono a tal fine radicali riforme del sistema fiscale e del debito nei confronti dei lavoratori». E ancora, per Dominque Strauss-Kahn, Germania e Cina non sono modelli virtuosi da imitare ma bensì “arcipeccatori” del sistema, visto che il loro modello di sfruttamento sistematico dei surplus dell’export per potenziare la crescita a spese di Usa e altre nazioni in deficit, altro non è che una riedizione degli sbilanci tossici globali che hanno fatto riemergere la crisi sul finire del 2010.

 

Ultimo punto toccato dal numero uno del Fmi - in linea perfetta con l’ultimo report anti-emergenti di Goldman Sachs - è stato un avvertimento chiaro ad alcune nazioni asiatiche e ai loro eccessi ai “limiti di velocità” rispetto la crescita, attitudine che dovrebbe finire per dar vita a misure restrittive prima che l’inflazione vada fuori controllo: per Strauss-Kahn, «ci sono rischi di surriscaldamento e di atterraggio decisamente duro». Non un report rituale, né parole rituali da parte di un uomo istituzionalmente moderato come il capo del Fondo Monetario: una cosa è certa, il pianeta ha il febbrone e non intervenire in tempo potrebbe veder degenerare pericolosamente la malattia.