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FINANZA/ 1. Egitto, Iran e Arabia Saudita, le nuove minacce per i mercati

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Ma se i guai sono a livello di sbilanciamenti globali ormai insostenibili, nel concreto e nell’immediato il timore reale è uno solo: che l’ondata di protesta che sta incendiando il Nord Africa, arrivi a toccare l’Arabia Saudita e il suo petrolio, un vero punto di non ritorno. Stando a un report pubblicato dall’azienda di consulenza sul rischio Exclusive Analysis, «Yemen, Sudan, Giordania e Siria già appaiono molto vulnerabili, ma il più grande rischio, sia a livello di probabilità che di severità d’impatto, è in Arabia Saudita».

 

Nonostante le tensioni egiziane, infatti, nessuno nel paese appare così pazzo da mettere a rischio il Canale di Suez, infrastruttura che garantisce al paese introiti pari a 5 miliardi di dollari l’anno. Più preoccupante, invece, è la provincia dell’Est dell’Arabia Saudita, dove hanno sede il quartier generale del gigante petrolifero saudita Aramco, oltre ai pozzi petroliferi immensi di Safaniya, Shaybah e Ghawar. La questione, laggiù, è tutta interna all’instabilità interconfessionale islamica: il 10% della popolazione saudita, infatti, è sciita e nonostante sia marginalizzata, siede sulle riserve petrolifere del regno. Per gli analisti di Exclusive Analysis «ci sono spesso e volentieri violenti scontri nelle strade tra sciiti e forze di sicurezza, ma i giornali ne parlano davvero raramente». Il pensiero, alla luce di quanto sta accadendo oggi, corre al 1979, quando gli sciiti sauditi diedero vita alla loro intifada ispirati dalla rivoluzione khomeinista in Iran e le proteste causarono 21 morti.

 

Per il report appena pubblicato, «appare difficile valutare come i militari sauditi potrebbero gestire una seria esplosione di proteste nella provincia». Non è un caso che Re Adbullah abbia diramato attraverso l’agenzia di stampa nazionale una nota nella quale dichiara che «gli agitatori si sono infiltrati in Egitto per destabilizzare la sua sicurezza e incitare la malefica sedizione». Lessico da sovrano saudita, certo ma anche una chiara sensazione di timore e una nemmeno troppo velata accusa all’Iran sciita di operare come burattinaio, dopo che Teheran ha definito «domande giuste» quelle poste dal movimento di protesta.

 

La paura più grande nelle nazioni arabe sunnite è che l’Iran abbia intenzione di dar vita a una “Shia crescent” - mezzaluna sciita - che passi attraverso l’Iraq, il Bahrein e le aree del golfo dell’Arabia Saudita per dar vita a una forza egemonica globale nell’offerta di petrolio. Per Goldman Sachs, il Medio Oriente detiene il 61% delle riserve di petrolio provate - e il 36% della fornitura attuale - e questo potrebbe garantire una sorta di scudo dal contagio politico, visto che i leader mondiali potrebbero dar vita a «sforzi concentrati per stabilizzare la regione». Il problema è che la polveriera saudita vanta un terzo dei suoi 25 milioni di residenti rappresentato da stranieri, spesso mal assimilati e una disoccupazione giovanile che vede il 42% dei ragazzi tra i 20 e i 24 anni senza lavoro.


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