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FINANZA/ 1. Egitto, Iran e Arabia Saudita, le nuove minacce per i mercati

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Per Nima Khorrami Assl, esperto dell’area del Golfo al Transnational Crisis Project, «gli sciiti sono stati stigmatizzati a causa dell’eccessiva paranoia seguita alla rivoluzione islamica in Iran e ancora oggi devono affrontare sistematiche barriere al diritto all’educazione e all’occupazione. Se gli Stati del Golfo continueranno a preservare lo status quo, il malessere sociale sarà inevitabile. La situazione attuale è pericolosamente ingestibile». Un’analisi, quella di Exclusive Analysis, da prendere seriamente, visto che in Giordania il Re è già ricorso a un cambio di primo ministro in corsa per cercare di placare la piazza, mentre in Yemen si è arrivati alla richiesta di formazione di un governo di sicurezza nazionale.

 

Lo stesso Egitto, poi, ieri ci ha dimostrato come la tesi avanzata da Moustafa El-Husseini, autore di “Egypt on the brink of unknown”, riguardo il «rischio di una guerra civile a bassa intensità» sia tutt’altro che peregrina. Detto fatto, a Londra il Brent crude ha toccato i massimi da 28 mesi a questa parte a quota 102,08 dollari al barile, mentre il greggio trattato a New York staziona ormai fisso a quota 90-91 dollari al barile, consentendo alla speculazione buoni margini di guadagno attraverso gli irrituali spreads tra i due prezzi. Normalmente, infatti, questo differenziale è inverso: il Wti viene scambiato a un prezzo superiore in ragione della maggiore leggerezza, del basso contenuto di zolfo nella sua composizione (indice di migliore qualità) e del costo di trasporto, più alto negli Stati Uniti.

 

Questo insolito movimento sul differenziale è iniziato nei primi di dicembre e ha toccato il massimo storico (12 dollari) lo scorso 27 gennaio, a causa sia dell’aumento delle scorte cushing negli Usa, sia della riduzione del flusso dalle piattaforme del Mare del Nord. Il problema, però, è che questa impennata dello spread è sideralmente distante dai fondamentali della domanda e dell’offerta. Che accade, allora? Con il costo del denaro a zero, gli investitori istituzionali hanno un’enormità di denaro a disposizione, liquidità che evidentemente è finita soprattutto nei prodotti legati all’andamento delle materie prime come il petrolio (attraverso i fondi etf, ad esempio) che si rivelano molto redditizi.

 

Unite a questo contesto di squilibrio, il rischio di una escalation dell’instabilità nel Nord Africa, magari capace di contagiare gli Stati del Golfo e ben potete capire come le parole allarmate di Dominque Strauss-Kahn, per una volta, siano davvero da prendere sul serio.



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