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FINANZA/ Ecco il vero eurobond che può aiutare anche l’Italia

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L’emissione andrà a coprire il fabbisogno finanziario dell’Irlanda, i cui titoli di stato al momento pagano per una maturità simile uno spread sui 560 punti base, cioè dieci volte superiore. Tuttavia, per i banchieri centrali non è ancora arrivato il momento di tirare lo champagne fuori dal frigo. Anzi, di primo acchito suggerirei piuttosto di tenere l’elmetto a portata di mano.

 

A giudicare dai cds della zona euro, lo spettro della speculazione sembra essere passato oltre senza troppi danni. Lo spread dell’Italia, ad esempio, è tornato sotto quota 200 punti base, dopo il picco raggiunto a fine novembre. A coronare il successo, l’esito positivo dell’eurobond: le richieste sono state di otto volte superiori all’offerta.

 

Perché, quindi, non è ancora il momento di festeggiare? Il prototipo di e-bond del 26 gennaio era un titolo AAA, blindato e garantito dall’eurozona, che tuttavia rendeva più di un’obbligazione tedesca. Un’occasione talmente ghiotta da attirare anche gli investitori meno coraggiosi. Per vincere le prossime sfide (ne vedo due all’orizzonte), l’euro dovrà condurre gli investitori attraverso rischi più impegnativi.

 

La prima sfida sarà evitare una balcanizzazione dei titoli di stato. Ovvero, evitare che titoli AAA dedicati a paesi in panne finiscano col prosciugare i capitali disponibili per i paesi a metà classifica. Tra i paesi virtuosi (Germania, Finlandia e, poco dietro, Francia) e i paesi finiti in testacoda (Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna), esiste una fascia di spread cds che oscilla tra i 100 e 200 punti base. Fanno parte di questo gruppo, per ragioni socio-economiche diverse, Italia, Belgio, Estonia e altri paesi cosiddetti “periferici”. Per questi Stati, il prototipo di e-bond è una lama a doppio taglio. Da una parte, il panico sui mercati si arresta, dall’altra lo spread con il Bund, per la concorrenza del nuovo titolo, rischia di allargarsi, andando a penalizzare chi dalla crisi sta uscendo sulle proprie gambe.


COMMENTI
07/02/2011 - finanziare il futuro ? (attilio sangiani)

mi sembra che da anni Tremonti sostiene questa tesi,direttamente o implicitamente. Ad esempio, si potrebbe escludere dal nuovo debito quanto è destinato a finanziare le "grandi opere",che sono un volano per lo sviluppo e la lotta alla disoccupazione. La scienza della Economia Politica contempla la teoria del "moltiplicatore" e quella dell' "acceleratore",che confortano quanto detto. Salvo,ovviamente,tenere sotto controllo l'inflazione,ma depurando il dato percentuale dalla inflazione "importata",che,nel breve - medio,si può solo subire. Come nel caso delle materie prime,del petrolio e delle materie alimentari (che richiedono uno o due anni ad aumentare in quantità offerta).