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Economia e Finanza

FINANZA/ 2. Dal Corriere a Generali, cosa c’è dietro la "guerra di Diego"?

Diego Della Valle (Foto Imagoeconomica)Diego Della Valle (Foto Imagoeconomica)

Ora, però, se davvero la partita si riaprirà, DDV è deciso a svolgere un ruolo non da spettatore, ma da protagonista. E così, oltre a dichiarare che i due vecchietti non possono pretendere di decidere per tutti, rincara: “Tanto più che loro non ci mettono soldi propri, ma delle aziende che guidano, mentre io ci metto i miei”. E finora sono stati tanti: l’investimento in Rcs gli sta costando una minusvalenza potenziale di un centinaio di milioni. Uno che ci rimette una cifra simile può pretendere di dire la sua quando si tratta di fare scelte strategiche per la casa editrice.

 

È una linea che segue con decisione, tanto che mercoledì 2 febbraio, durante un consiglio di amministrazione delle Generali nel quale siede, ha detto che la compagnia dovrebbe cedere la partecipazione del 3,7%o che detiene nella Rcs perché si tratta di un investimento non in linea con il core business. Insomma, il vecchietto Geronzi con il suo leone di Trieste dovrebbe non solo farsi da parte, ma accomodarsi alla porta.

 

La domanda che ci si pone è: perché Della Valle fa queste dichiarazioni proprio adesso? I dietrologi ne aggiungono altre: chi lo ispira? A chi tira la volata? Qual è il suo vero obiettivo? Insomma, a che cosa mira la guerra di Diego? Alla prima domanda, una prima risposta è questa: ci sono anche delle motivazioni personali. DDV ha un carattere - diciamo così - vivace, ama la battuta. Nel 2005, nel pieno della battaglia per controllo della Bnl (della quale era azionista) non ha esitato a definire “lo stregone di Alvito” il governatore della banca d’Italia, Antonio Fazio, che appoggiava apertamente la cordata avversa; sempre in quegli anni sbeffeggiava i Romiti (per dei contrasti proprio ne Il Corriere della Sera) chiamandoli “la famiglia Addams”; nel marzo 2006 ha fatto notizia un suo litigio-quasi rissa a Vicenza con un Silvio Berlusconi in piena campagna elettorale. Insomma, non va a cercare la polemica, ma se c’è si fa trovare pronto.

 

Ora che si apre (forse) l’ipotesi Corriere vede che i vari signori del salotto suoi soci si stanno già scaldando a bordo pista. E si chiede: ma questi che vengono comunemente definiti i poteri forti sono davvero così forti, tanto forti da poter imporre il loro diktat se si dovesse cambiare direttore del primo quotidiano italiano?