BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

FINANZA/ La crisi che piace agli Usa per "ricattare" la Cina

Pubblicazione:

Foto Ansa  Foto Ansa

Ma ad aggravare il quadro del potenziale contagio è il fatto che due giorni fa il premier cinese, Wen Jiabao, ha ridotto il dato della crescita per i prossimi cinque anni dall’8% al 7% in un estremo tentativo di bloccare l’aumento dei prezzi di cibo e immobili: «Dobbiamo giungere a una maggiore auto-sostenibilità attraverso un aumento dei consumi interni e una riduzione dalla dipendenza da export e investimenti». Certo, a molti analisti il messaggio di Jiabao è parso più un gesto simbolico che un atto sostanziale, visto che le previsioni di crescita degli ultimi sei anni sono sempre risultate fallaci ma per difetto, non per eccesso.

 

La questione, però, risiede tutta nell’incidenza inflattiva: ufficialmente, il tasso è infatti di poco superiore al 5%, ma il prezzo dei generi alimentari sta crescendo al tasso annuale del 10%. La paura di Pechino, nemmeno troppo segreta, è che le immagini che giungono da Maghreb e Medio Oriente possano generare fenomeni imitativi anche in patria. Unite poi a questo quadro il fatto che l’agenzia di rating statunitense Standard&Poor’s ha tagliato i 10,6 trilioni di dollari di debito nipponico di un notch ad AA-, a causa della paralisi governativa, di una contrazione della forza lavoro e di una crescita fuori controllo degli interessi passivi e i presupposti per una nuova crisi asiatica ci sono tutti.

 

Il Giappone, infatti, sconta un debito pubblico centrale e regionale pari al 233% del Pil e per far fronte agli interessi passivi potrebbe dover rinunciare al suo ruolo di principale creditore esterno del mondo, con 3 trilioni di dollari di assets netti all’estero. Decisione che comporterebbe il fatto che banche, fondi pensioni e assicurazioni giapponesi si trovino costrette a rimpatriare larghe somme di denaro per coprire le perdite interne in caso la crisi fiscale inneschi un’impennata dei rendimenti obbligazionari: detto fatto, questo porterebbe con sé un crollo dei prezzi degli assets a livello mondiale. Ecco perché a Seul hanno tanta fretta. E paura.

 

P.S. Dalla Bbc di quattro giorni fa: «Con oltre un centinaio di cittadini britannici “in pericolo” nel deserto libico, il governo di David Cameron sta valutando l’invio delle forze speciali in Libia». In realtà sono già lì da tre settimane. E ancora: «Centinaia di consulenti militari Usa, britannici e francesi, inclusi agenti dei servizi segreti, sono già in Cirenaica per aiutare i rivoltosi». Lo rivelano fonti vicine ai servizi israeliani e la presenza dei francesi significa l’isolamento politico dell’Italia e la prospettazione dello scenario che vi ho descritto in apertura.

 

Presidente Berlusconi, un consiglio non richiesto: minacci lo stop della partecipazione del nostro Paese alle missioni Nato e il non pagamento della quota italiana al fondo salva-Stati europeo, alzi la voce con questi soloni della democrazia a orologeria che cercano in ogni modo di fregarci per i loro interessi (tanto più che ora il voto in Irlanda vede al potere a Dublino il Fine Gael, che ha già chiesto di rivedere i termini del prestito minacciando ritorsioni). «Un calvario, mi chiedo se il sacrificio serva»: con queste parole ieri il premier ha commentato la morte di un altro soldato italiano in Afghanistan. E queste parole non vengono solo dal cuore dell’uomo, ma anche dal pragmatismo dello statista: ha mandato un messaggio, chiaro ancorché in codice, a chi di dovere. Forse, questa volta, Silvio Berlusconi si è davvero scocciato di prendere lezioni e bastonate. Buon per l’Italia.



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.