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SCENARIO/ 1. Pelanda: così il petrolio può mettere in ginocchio l'Italia

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Cerchiamo di capire più precisamente dove e perché cresce il rischio di inflazione energetica. L’Italia è vulnerabile a una interruzione dei flussi dalla Libia di petrolio e gas in quanto riceve da quell’area una percentuale significativa delle sue importazioni. Ma - in base a comunicati dell’Eni - ci sono riserve tali da poter assorbire per mesi l’interruzione e avere il tempo di trovare fonti sostitutive.

 

L’Italia, e non solo, avrebbe un problema assoluto di rifornimento se anche l’Algeria fosse destabilizzata e il canale di Suez bloccato. Tuttavia tale ipotesi è remota, sia perché l’Algeria appare stabile, sia perché Suez sarebbe immediatamente occupato militarmente dalla Nato con un forte sostegno internazionale, tra cui quello della Cina, e quindi dell’Onu.

 

Solo la Russia potrebbe, facendo un po’ di fantapolitica, restare disallineata per l’enorme vantaggio, in caso, di poter diventare l’unica fonte di rifornimento di gas e petrolio per l’Europa e dintorni. L’Iran avrebbe un interesse simile. Ma proprio per questo, l’Arabia Saudita porterebbe il consenso del mondo islamico-sunnita a favore dell’iniziativa Nato. E Mosca, alla fine, non oserebbe sabotarla.

 

Il mondo industrializzato non è coeso abbastanza per calmierare i prezzi petroliferi e del gas, ma è sufficientemente forte e motivato per mantenere aperti i flussi. Tale minore probabilità del caso peggiore tende a porre un tetto al rialzo dei prezzi. Ma tale limite non è sufficiente a evitare l’inflazione energetica. Dai primi anni del 2000, i prezzi petroliferi sono in tensione rialzista per la l’aumento di domanda delle economie asiatiche emergenti, Cina in particolare, pur America ed Europa consumando meno petrolio (ma più gas) grazie all’efficienza tecnologica crescente. E ciò durerà.


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