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SCENARIO/ Bertone: ultima chiamata per non "svendere" l'Italia

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Anche il governatore ha chiesto più coraggio e maggiore ambizione riformatrice. Al governo, ma anche alle imprese: “La propensione all’innovazione e la proiezione internazionale delle nostre imprese sono insufficienti a sospingere la crescita, in ultima analisi perché troppe imprese, anche di successo, rimangono piccole”. Parole pronunciate a Verona a fine febbraio: cioè un paio di settimane prima dell’annuncio della cessione di Bulgari a Lvmh.

 

È il costo delle mancate riforme, ammonisce a distanza Nouriel Roubini, che ieri ha dedicato una parte del suo intervento sulla congiuntura internazionale al Mipim di Cannes (la fiera immobiliare più importante) proprio all’Italia, Paese che “ha molte opportunità da offrire. Però il peso delle riforme mai fatte lo rende meno appetibile agli occhi degli investitori internazionali”. A tutto questo va aggiunto l’handicap della crescita “lenta”, il mancato incremento del reddito pro-capite, l’invecchiamento della popolazione, un sistema fiscale bisognoso di essere riformato.

 

Insomma, la diagnosi delle parti sociali, del governatore e di un osservatore internazionale che guarda all’Italia, dove si è laureato, con un occhio particolare, concordano: l’economia italiana non può limitarsi di avanzare al traino della congiuntura internazionale, nella speranza che la ripresa degli altri ci trascini in avanti. Non solo perché l’ascesa dei prezzi delle materie prime minaccia di comprimere ancor di più i margini già esigui delle imprese, che non possono scaricare sui listini di vendita i maggiori costi. E nemmeno perché si moltiplicano i segnali di rallentamento delle grandi locomotive della ripresa, a partire dalla Cina.

 

No, il vero problema sta nei ritardi strutturali accumulati da un tessuto produttivo che accusa un’insufficiente propensione all’innovazione e ha, in genere, una proiezione internazionale meno marcata di altri concorrenti.