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SCENARIO/ 1. Fortis: c’è un nuovo "attacco" della finanza Usa all’economia reale

Pubblicazione:mercoledì 2 marzo 2011

Foto Ansa Foto Ansa

Nonostante gli allarmismi di certi titoli dei giornali (il 2008 era pochi mesi fa e non c’era la crisi), un’inflazione al 2,4% è tutto sommato sopportabile. Il rischio inflattivo purtroppo non dipende soltanto dal fatto che la ripresa in atto determina un aumento della domanda delle materie prime industriali, ma da fattori soprattutto esterni alla vera dinamica dell’economia reale.

 

Quali sono questi fattori?

 

Da una parte c’è una formidabile pressione della domanda asiatica, cinese in particolare, sia sulle materie prime agricole e alimentari che su quelle industriali. La Cina, che è il quarto produttore di semi di soia, ne ha bisogno ormai di così tanti per i suoi consumi da importarne una quantità maggiore all’output del terzo produttore mondiale (l’Argentina). L’economia di Pechino, inoltre, da sola copre il 45-50% della domanda mondiale di metalli. Dall’altra parte ci sono le politiche di quantitative easing messe in atto dalla Fed, che ha comprato massicciamente titoli di stato americani, stampando moneta e creando un eccesso di liquidità che si è riversata in particolare nella speculazione sulle materie prime. E queste sono state tra i detonatori (fermi restando i danni provocati dagli incendi in Russia, dalla siccità e dalle incertezze sull’andamento dei raccolti) delle rivolte in Nord Africa, al di là dell’insopportabile oppressione di regimi totalmente anacronistici. L’Egitto, per esempio, è il più grande importatore mondiale di frumento, ma è anche un Paese dove molta gente vive con meno di due dollari al giorno e non può quindi sopportare aumenti del 30% in un anno dei prezzi dei cereali.

 

E le rivolte in Nord Africa a loro volta hanno fatto salire i costi del petrolio.

 

Esatto, e questo ha fatto aumentare l’inflazione e, come sempre succede quando c’è inflazione, la speculazione si butta ulteriormente sulle materie prime. È un processo molto pericoloso, alimentato da questa politica americana di stampare “carta straccia”, che non rappresenta certo il modo di guarire un’economia che si è ammalata proprio perché si è indebitata. Dopo lo “sconfinamento” della crisi americana, gli Stati Uniti, per salvare i loro conti, stanno sfasciando quelli degli altri con il quantitative easing. Non bisogna poi dimenticare che la Cina, per compensare il calo dell’export dovuto alla crisi dei paesi occidentali importatori, ha deciso di accrescere gli investimenti infrastrutturali interni, aumentando la sua richiesta di materie prime quali il rame, che non a caso ha raggiunto i suoi massimi storici. Le imprese manifatturiere italiane, purtroppo, si trovano in mezzo a questa situazione, dato che hanno bisogno di materie prime da lavorare (per esempio, rame e ottone per i motori elettrici o le rubinetterie). È un problema che può farci perdere competitività.

 

Dobbiamo preoccuparci del fatto che, sempre ieri, la Commissione europea ha rivisto al rialzo le stime di crescita del Pil 2011 di molti paesi, ma non dell’Italia (la stima resta invariata all’1,1%)?


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