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Economia e Finanza

FINANZA/ 2. La corsa di petrolio e yen fa paura ai mercati

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Su richiesta delle autorità giapponesi, in una riunione d’emergenza nella notte tra il 17 e il 18 marzo, gli Stati Uniti, il Regno Unito, il Canada, e la Bce hanno deciso di unirsi all’autorità monetaria del Giappone per intervenire in maniera congiunta sui cross valutari che riguardano lo yen. La divisa nipponica ha ceduto parecchio terreno nella notte del 17 marzo ed è tornata a ridosso dell’area 82,00 nei confronti del dollaro, stabilizzandosi poi attorno a 81,00. Il movimento tecnico di forte apprezzamento dello yen è per il momento rientrato, ma vedremo nelle prossime settimane se le autorità monetarie saranno in grado effettivamente di contenere artificiosamente quello che è il naturale apprezzamento della moneta nipponica: l’obiettivo minimale del cross dollaro/yen (in assenza di intervento delle autorità) sarebbe collocabile in area 65,00.

 

Ma hanno fatto bene le autorità a intervenire in questo modo? I precedenti in tal senso non mancano, ma hanno poco a che vedere con la situazione contingente del Giappone e, soprattutto, fanno tutto tranne che generare ottimismo. Ci fu infatti il “Plaza accord”, quando a metà degli anni Ottanta le maggiori economie si accordarono per deprezzare il valore del dollaro: all’epoca gli Usa avevano un sostanziale deficit di conto corrente, ma grazie agli alti tassi di interesse applicati per contrastare l’inflazione, il dollaro restò forte. L’intervento funzionò quindi tanto bene da richiederne un secondo, noto come il “Louvre accord”, dove si decise l’esatto contrario, ovvero cercare di bloccare il declino del biglietto verde.

 

L’ultimo esempio in tal senso è del settembre 2000, quando il G7 intervenne in sostegno del neonato euro che stava lottando per garantirsi credibilità verso gli investitori. Ironicamente, la crisi attuale della divisa comune europea è molto più seria oggi di allora, nonostante questa non paia avere problemi di fiducia verso i mercati: i quali, infatti, picchiano il ventre molle del continente attraverso i bond sovrani. Ma perché intervenire oggi? Semplice: l’apprezzamento record dello yen nei giorni immediatamente successivi alla catastrofe, 10% sul dollaro, è stato dovuto al timore di un rimpatrio di massa di valuta giapponese investita all’estero per pagare i costi della ricostruzione. A oggi, non c’è il minimo segnale di una tendenza simile: e come sempre accade sui mercati, è l’anticipazione e non l’attualità a combinare i danni.


COMMENTI
22/03/2011 - Carro davanti ai buoi (J B)

"... i cittadini giapponesi decidano di cambiare di colpo le proprie abitudini di una vita e spendano tutto in ossequio alle crescita economia, ribilanciando l’economia passando dall’export alla domanda interna...." E ci risiamo con Keynes. Spesa non significa crescita. Risparmi e produttività lo sono. Ora servono risparmi, quindi tassi di interessi più elevati e yen più forte come bene ciatato nel suo articolo. Dopo il disastro di Kobe nel '95, i giapponesi risparmiavano ancora intorno al 10%. Oggi siamo al 2%. (dati BOJ) Quindi, con uno Yen debole chi comprerà i bond che il Giappone deve vendere in modo da ricostruire la propria economia? La BOJ. Una soluzione sarebbe quella di non comprare più debito Us ed Europeo e di cominciare a scaricare i 900BN di T-bills che la BOJ ha in saccoccia. Dopo tutto, sarà stupido tenere dei dollari che continuano a svalutarsi ed a rendere nulla, no? Tutto logico verrebbe da pensare. Ma non per i keynesiani della BOJ. Auguri Giappone.