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DL ANTI-FRANCIA/ 2. Bertone: basta una legge a coprire gli errori dell'Italia?

Pubblicazione:venerdì 25 marzo 2011

Foto Ansa Foto Ansa

La percentuale del capitale azionario nelle società francesi quotate in Borsa controllato da gruppi internazionali supera il 45%. Manca un dato aggiornato per la Borsa italiana, ma è probabile che non si arrivi al 40%. L’economista Fabiano Schivardi, dopo aver analizzato dati omogenei sulle imprese manifatturiere con almeno dieci dipendenti, ha scoperto che la quota di aziende a controllo estero è pari al 10,1% in Francia contro il 4,1% in Italia. I recenti dati dell’Aifi, l’associazione italiana del private equity, sottolineano in maniera drammatica il calo di attrazione degli investimenti nel Bel Paese: solo il 2% dei capitali raccolti dai fondi italiani è arrivato nel 2010 dall’estero.

Insomma, i dati non confermano la sensazione, diffusa dal clamore delle ultime operazioni finanziare, di un “sacco” dell’economia italiana da parte degli investitori internazionali, francesi in testa. Tutt’altro. A giudicare dal trend in atto negli ultimi anni, sarebbe il caso di lanciare un grido d’allarme di segno opposto: l’Italia resta agli ultimi posti nelle classifiche internazionali sulla libertà economica, causa i numerosi handicap (infrastrutture, giustizia, burocrazia, ecc.) che intralciano il business.

Questi dati, almeno a prima vista, sembrano dare ragione ai critici delle norme antiscalata messe a punto dal ministro del’Economia, Giulio Tremonti. Il problema, afferma la Confindustria, non è di frenare l’interesse delle società straniere, bensì di garantire a quelle italiane eguale ingresso sui mercati altrui, a partire dalla Francia, dove esistono paletti severi a salvaguardia di ben undici settori strategici, che scendono a sette per membri dell’Ue. I problemi di fondo, semmai, sono altri: la crescita dimensionale delle imprese italiane, la loro patrimonializzazione, e così via. Guai, insomma, a cedere alla tentazione del protezionismo che, invece che proteggere le imprese sul cammino della crescita, altro non farebbe che favorire la “pigrizia” di capitani d’industria che già troppo spesso cercano riparo nelle aree dell’economia protetta dalle tariffe, invece che sfidare il libero mercato.


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