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DL ANTI-FRANCIA/ 2. Bertone: basta una legge a coprire gli errori dell'Italia?

Pubblicazione:venerdì 25 marzo 2011

Foto Ansa Foto Ansa

Si tratta di argomenti che meritano il massimo rispetto. Ma non danno una risposta esauriente a un problema che esiste. A mano a mano che rallenta la corsa agli investimenti in Italia, Paese che non promette tassi di crescita della domanda tali da giustificare grandi sforzi, cresce infatti l’attenzione per i nostri marchi, vuoi nell’agroalimentare, vuoi nel tessile-abbigliamento, ma anche nella meccanica. I Big dell’industria alimentare europea, tanto per fare un esempio, sono ben consapevoli del boom che incontra il gusto italiano a tavola nel mondo. E intendono cavalcare il trend fino in fondo, garantendo a molti prodotti made in Italy i necessari supporti di marketing, commercializzazione e ricerca necessari per avere il giusto spazio sugli scaffali dei supermarket o nei ristoranti in Usa o in Giappone.

Il problema è che, proseguendo questo trend, a trasferirsi oltre frontiera sia il vero valore aggiunto delle imprese. Non è a rischio, nel caso Parmalat, la sorte del latte delle mucche padane (già al centro da anni di annose polemiche e di ben altri problemi), bensì il controllo del marketing, della pubblicità, della ricerca e di tutto il vero valore “virtuale” che costituisce oggi la ricchezza vera di un’impresa. E che, tra l’altro, garantisce la presenza sul territorio dei posti di lavoro più qualificati e meglio pagati, con una ricaduta virtuosa per l’economia locale.

L’Italia, dunque, corre un doppio pericolo: da una parte la spoliazione della sua ricchezza “immateriale”, dall’altra la riduzione a officina “outsourcing”, cui affidare in appalto lavorazioni esterne, in linea di principio fungibili. Ovvero, l’Italia corre il rischio di diventare, all’interno della divisione internazionale del lavoro, un’economia terzista cui affidare lavorazioni specifiche che altri penseranno poi a valorizzare nel modo più adeguato sui mercati. Come capita, ad esempio, ai prodotti Gucci realizzati nei capannoni della periferia fiorentina piuttosto che cuciti nel napoletano, ma valorizzati negli showroom del mondo ricco dal team di Ppr.


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