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VOLONTARIATO/ Vittadini, l'intervento: importanza, natura, problemi e prospettive

Un operaio (Foto: ANSA) Un operaio (Foto: ANSA)

In una recente ricerca realizzata dalla Fondazione Zancan, “Il futuro del volontariato”, in cui è stato intervistato un campione rappresentativo dell’universo dei volontari italiani, è emerso che la maggior parte dei volontari è soddisfatta dell’attuale scenario relativo al mondo del volontariato.

Altri spunti sono singolari nell’inquadrare il “vissuto” di un volontario:

“Gli intervistati non sono interessati a vantaggi economici individuali (più rimborsi), ma, benchè auspichino che la loro organizzazione di volontariato possa disporre di maggiori finanziamenti, hanno effettuato le loro scelte sulla base di parametri che vanno in direzione della gratuità e del coinvolgimento di nuovi volontari all'interno dell'associazione di appartenenza”.

Inoltre, “massima priorità spetta, a giudizio dei volontari, alla diffusione della cultura della solidarietà e della cittadinanza responsabile; fondamentale è anche rimarcare i contenuti che caratterizzano l'azione volontaria, quali la relazione tra persone, l'azione educativo-culturale sui doveri sociali e la formazione”.

Da quanto appare il volontariato ha un valore in sé che viene affermato con forza. In cosa consiste?

Quello che la citata ricerca dell’Istat-CNEL ha chiamato “sistema di dono e di relazione basata su solidarietà corte e legami di tipo comunitario” non è un’attività relativa alla vita civile, a lato di quella personale, ma è innanzituto una dimensione implicata nella natura dell’uomo. Da quanto osserviamo tutti i giorni nelle nostre realtà, non possiamo che dedurre che ciò che ci fa interessare degli altri è un’esigenza costitutiva della nostra natura. Quando vediamo un bisogno ci sentiamo spinti a rispondere perché corrisponde alla nostra natura prima che per il fatto che qualcuno o qualcosa ci obblighi a farlo.

Il cuore di un’azione volontaria, gratuita è nella natura dell’“io” e nasce dalla coscienza di un “io ferito”, ferito perché capisce che non si basta da sé e che, come lui, nessuno può bastarsi da sé ma si ha bisogno di un altro.

E’ paradossale, ma dalla coscienza di essere “feriti” nasce spesso qualcosa di sorprendente.

Scrive un mio amico implicato in un’attività di volontariato, a proposito dei ragazzi che assiste: «Al centro è l’altro come imprevisto, l’altro che è sempre l’imprevisto più bello che ti possa capitare e non un accidente: è l’indispensabile risorsa da aggiungere. Altrimenti gioco a difendermi e tutto si risolve in una ideologia». E ancora: «Penso che fin dall’incontro con i primissimi ragazzi io abbia contratto il sentimento di una vera gratitudine per la ricchezza di esperienza che mi era dato di sperimentare con loro e con le loro storie. Che ricchezza! Che profondità di vita! Anche nell’errore c’era sempre una speranza di bene. Che groviglio di situazioni e che miseria talvolta, ma allo stesso tempo che grandezza! Dietro una scorza di cattiveria appariva timida una dolcezza infinita».

Il mio amico non nasconde la sua piccolezza e fragilità: «Desideravo si accorgessero che anch’io sono una persona ferita. Magari non in maniera lancinante e profondamente come loro, ma anch’io sono un uomo colpito. Anch’io sono intriso dello stesso bisogno di vita. Positività e fiducia a partire dalla coscienza dell’errore, dobbiamo essere umili e consapevoli dei nostri limiti. La grande verità, che si comprende solo dopo tanti anni di convivenza sincera con questi ragazzi e con queste problematiche, è che tutti siamo persone ferite. Forse il complimento più apprezzato, perché più vero e definitivo, che ricevo dai ragazzi è: “tu sei uno di noi”».

Affrontando il fenomeno da un altro punto di vista scopriamo che la presenza del volontariato nella nostra società smentisce la teoria di origine hobbesiana secondo cui l’azione sociale si basa sulla sfiducia e il sospetto, cioè su una concezione di uomo negativa che ne mortifica le potenzialità e il positivo contributo che il singolo uomo può dare al bene comune, al progresso e alla lotta per la giustizia.

In tale concezione la società non è una dimensione originale, cioè non è legata a quelle esigenze ed evidenze, ma è il frutto di un contratto sociale che deve limitare l’egoismo dell’uomo, in diretta opposizione con la teoria aristotelica e poi di S. Tommaso secondo cui l’uomo è un animale politico, cioè sociale e il bene dell’individuo coincide con il bene della collettività; non vi può essere opposizione.

L’idea stessa di volontariato porta a galla piuttosto l’idea di uomo relazionale come sottolineato nell’Enciclica “Deus caritas est” (N. 54) e in particolare della originalità e universalità della struttura desiderante dell’uomo, o, come la definisce Luigi Giussani, della struttura esigenziale dell’uomo.

Il cuore dell’uomo, di qualunque epoca e qualunque luogo o etnia, è desiderio di bene, complesso delle esigenze ed evidenze fondamentali di verità, di giustizia, di bellezza[1].

Il concetto di “desiderio”, inteso quale cuore dell’esperienza elementare dell’uomo è il motore di un’azione sociale sussidiaria. Secondo Giussani, «il desiderio è come la scintilla con cui si accende il motore. Tutte le mosse umane nascono da questo fenomeno, da questo dinamismo costitutivo dell’uomo. Il desiderio accende il motore dell’uomo. E allora si mette a cercare il pane e l’acqua, si mette a cercare il lavoro, a cercare la donna, si mette a cercare una poltrona più comoda e un alloggio più decente, si interessa a come mai taluni hanno e altri non hanno, si interessa a come mai certi sono trattati in un modo e lui no, proprio in forza dell’ingrandirsi, del dilatarsi, del maturarsi di questi stimoli che ha dentro e che la Bibbia chiama globalmentecuore»[2].

Per questo nell’enciclica Deus caritas est si legge: «La carità sarà sempre necessaria, anche nella società più giusta. Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore. Chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo» (Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 28).

Singolare è l’assonanza di tale impostazione con quanto si legge in un testo classico dell’economia contemporanea, L’economia del benessere del Premio Nobel Kenneth J. Arrow.

Arrow cerca di delineare le regole razionali a cui sottostanno le preferenze individuali e i loro possibili nessi con le scelte collettive. Che cosa determina il manifestarsi di ordinamenti virtuosi nelle preferenze individuali? Arrow dice: «L’ordinamento rilevante per il raggiungimento di un massimo sociale è quello basato sui valori, che rispecchiano tutti i desideri degli individui, compresi gli importanti desideri socializzanti»[3].

E’ un concetto simile a quello espresso in un recente convegno internazionale da Lester Salamon: «Ci sono due impulsi apparentemente in contraddizione l’uno con l’altro: da una parte l’impegno radicato verso la libertà e l’iniziativa individuale e dall’altra parte il concetto, ugualmente fondamentale, che tutti noi viviamo in una comunità e abbiamo la responsabilità di andare oltre noi stessi ed adoperarci per il bene dei nostri simili».

Il desiderio è il motore del volontariato. «Tornare a desiderare – ha detto recentemente il Censis – è la virtù civile necessaria per riattivare una società troppo appagata ed appiattita».

Il desiderio diventa opera, costruzione di una risposta organica al bisogno.