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FINANZA/ Germania e Bce "s'inventano" la nuova Europa

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La svalutazione globale che potrebbe seguire a un serie di defaults sarebbe, stando a Fathom, pari al 30%: «Guardare implodere queste nazioni sarebbe il colpo di grazia alla fiducia sui mercati». E il buon Trichet ha già fatto capire che, stante un dato inflazionistico del 2,6% nei diciassette paesi dell’eurozona, i tassi potrebbe continuare a salire: il caro Jean-Claude non ha capito che scontiamo inflazione importata e non generata da domanda o crescita domestica, quindi si comporta come se fosse alla guida della Banca centrale di una locomotiva lanciata in corsa. Contro un muro, però. L’aumento del prezzo del denaro, infatti, non farà altro che aumentare la scissione tra l’Europa “core” e quella periferica: molto del debito che ha portato Grecia, Irlanda e Portogallo sull’orlo del fallimento è detenuto da banche dell’Europa “core” e questo non farà altro che spezzare l’Europa in due, visto che quella attuale è una crisi bancaria e non sovrana, con le banche tedesche in prima linea.

L’adozione dell’euro avrebbe dovuto trasformare italiani, spagnoli, greci e portoghesi in piccoli tedeschi, evitando che a ogni piè sospinto dovessero svalutare le loro monete per riguadagnare competitività e quote di mercato. Non è andata così, invece, visto che Germania e Francia hanno loro per prime infranto il patto di stabilità e crescita e che i tassi d’interessi a zero nell’eurozona hanno portato a un insostenibile boom del credito al consumo, pompando i prezzi e seminando i prodromi dell’attuale crisi fiscale. Insomma, al di là delle minacce del nostro governo verso un’Europa che è tutto tranne che politica, la tentazione di qualche Stato di andarsene potrebbe diventare davvero forte se il volume del cosiddetto debt burden continuerà a salire.

Gerard Lyons, capo economista alla Standard Chartered, lo dice chiaramente: «Penso che ormai ci stiamo muovendo verso una prospettiva di Europa a due velocità, la Germania vuole questa opzione per ridare un profilo filo-tedesco all’Unione. La conseguenza di questo, ovviamente, è che qualche nazione potrebbe decidere di andarsene». E i pareri al riguardo appaiono sempre più univoci. Al termine dell’Ecofin della scorsa settimana, Roger Nightingale, economista alla Pointon York, ha scritto in una nota ai clienti che «nessuno sa se la Spagna avrà bisogno di aiuto esterno nei mesi a venire. Ciò che tutti sanno, però, è che la decisione della Bce di alzare i tassi intensificherà di molto le sue difficoltà. La Spagna è diversa da Irlanda e Portogallo, ci dicono da Madrid. La nostra economia è fondamentalmente sana, ci ricordano ogni giorno. Possiamo prendere seriamente queste parole? Tristemente, no».


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