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FIAT/ Fatto 30, per Marchionne è ora della “campagna d’Oriente”

Ieri Fiat ha annunciato di essere salita al 30% di Chrysler. Un passo importante per la casa italiana, spiega ANDREA GIURICIN, che ha ancora molte sfide davanti a sé

Sergio Marchionne (Foto Imagoeconomica) Sergio Marchionne (Foto Imagoeconomica)

E siamo a trenta. La Fiat, guidata da Sergio Marchionne, è salita al 30% di Chrysler. Questo è avvenuto senza l’esborso diretto di un solo euro e grazie agli accordi con il Governo di Barack Obama di quasi due anni or sono. Il salvataggio della casa automobilistica di Detroit, pagata dai contribuenti americani, prevedeva infatti che Fiat sarebbe potuta salire al 51% di Chrysler nel corso degli anni successivi. Il primo 20% è stato dato dal Governo americano in cambio di uno scambio tecnologico, mentre le due quote successive del 5% ciascuna erano legate al raggiungimento di due obiettivi considerati strategici: la produzione di un motore “ecologico” negli Stati Uniti e la distribuzione del marchio americano nel Sud America nel 90% dei concessionari Fiat, con un obiettivo di vendita superiore a un miliardo e mezzo di dollari nell’area di libero scambio Nafta.

Raggiunti questi obiettivi, Fiat ha la possibilità di arrivare al 35% con la sola introduzione di un’autovettura che sia in grado di percorrere almeno 40 miglia con un gallone: la Cinquecento. Le condizioni per crescere dallo 0 al 35% nell’azionariato della casa automobilistica americana non sono impossibili, mentre risulta più difficile l’ultimo passo da compiere. Il restante 16%, infatti, quello necessario per avere il completo controllo di Chrysler, prevede un esborso diretto da parte dell’azienda guidata da Sergio Marchionne e il rimborso del debito al Governo americano e a quello canadese.

L’indebitamento di Fiat potrebbe crescere molto al di sopra del livello dei concorrenti, appesantendo di fatto l’azienda torinese in un momento nel quale le difficoltà di mercato sono molto importanti. In Europa infatti, Fiat continua a perdere quote di mercato ed è ormai stabile sotto l’8%. In America, pur essendo il mercato in forte crescita, gli obiettivi annuali difficilmente verranno raggiunti.


COMMENTI
13/04/2011 - sogno e realtà (francesco taddei)

L'egregio Giuricin dovrebbe informarsi di quello che è successo a Terni: la Thiessen krupp ha trasferito in Germania il comparto magnetico diminuendo le dimensioni e la produttività dell'azienda a favore del Paese d'origine, pur essendo, quella di Terni una realtà competitiva. Così la Volkswagen ha il suo centro direzionale in Germania dal quale progetta lo stile Seat. In Inghilterra oltre alle fabbriche è presente il centro stile e la direzione per il mercato europeo di Toyota e Honda. c'è differenza e molta fra le belle idee di Giuricin e la realtà di un mercato mondiale non così lineare come si pensa.

RISPOSTA:

Gentile Taddei, La ringrazio per il suo intervento. Restando nel settore auto, l'esempio che Lei porta sull'Inghilterra conferma quanto scritto nell'articolo. Toyota non è un'impresa inglese, ma ha deciso di produrre in UK, cosi come tante case automobilistiche non inglesi. Il centro stile Seat è in Germania, ma in Spagna si continuano a produrre tre volte il numero di veicoli che sono prodotti in Italia, grazie non solo a Seat, ma soprattutto a produttori esteri. Quindi è necessario saper attrarre capitali stranieri che producono autoveicoli in Italia (non italiani) e non certo chiudersi in nazionalismi dannosi. Il mercato non è per nulla lineare e credo che dall'articolo si possa intuire che non potrei mai sostenere una posizione tale. (Andrea Giuricin)