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QUALCOSA DI SINISTRA/ Caso Parmalat: le incognite di un decreto "bomba"

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E quindi, la natura “strategica” di un’azienda meritevole dell’investimento dovrebbe derivare da indiscutibili caratteristiche di utilità e di interesse collettivo che vadano oltre la mera dimensione occupazionale - ci sono in Italia fior di datori di lavoro industriali di nazionalità straniera, come l’Electrolux o la General Motors, che hanno assunto negli anni più di tanti “paron” italiani - e investano appunto i rapporti di un’impresa col territorio e col sociale.

Se qualcuno vuol valutare questa rilevanza sociale e territoriale delle imprese che andrebbero considerate “acquisibili” dal fondo come una sorta di sussidiarietà di esse al sistema Paese, ben venga: può essere una formula chiarificatrice. Ma in tal senso, ad esempio, può anche valere più l’indotto di un’impresa che non i suoi organici diretti a farla definire strategica; vale più l’impatto ambientale che gli utili; il numero dei suoi brevetti che la celebrità del suo marchio. La Bulgheroni non è meno italiana, territorialmente, da quando è stata acquisita dalla svizzera Lindt, e Ferrero non è meno straniera, in forza delle sue prevalenti produzioni all’estero, per il fatto di aver conservato ad Alba il suo quartier generale.

E infine: è fin troppo chiaro, ahimè, che il capitalismo italiano è asfittico e non ha molta voglia di fare, che è un capitalismo senza capitali, che non vede tra le sue fila molti campioni nazionali interessati a crescere. Ma è chiaro anche che se un’azienda è “finanziariamente in equilibrio” qualche investitore italiano privato disposto a comprarsela potrebbe anche trovarlo. Nel caso di Parmalat, s’è visto, non c’è: e allora ben vengano “i nostri” della Cassa depositi e prestiti. Ma se ci fosse, sarebbe sano che non trovasse nella Cassa un concorrente, ma al massimo un socio.