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FINANZA/ 2. L'Italia "appalta" all'estero il Piano delle riforme

Giulio Tremonti insieme a Roberto Calderoli e Maurizio Sacconi nella conferenza stampa seguita al Consiglio dei ministri di ieri (Ansa) Giulio Tremonti insieme a Roberto Calderoli e Maurizio Sacconi nella conferenza stampa seguita al Consiglio dei ministri di ieri (Ansa)

Ancora più nebulosa, la situazione della prima variabile: l’aumento dell’investimento pubblico. Solo meno di due settimane fa si è tentato di fare una rassegna del parco progetti disponibile: mentre è molto vasto quello dei progetti chiamati “definitivi”,molti di essi non sono “esecutivi” e tra gli “esecutivi” soltanto una frazione è dotata dei computi metrici essenziali per aprire un cantiere. Se questo nodo non viene sciolto - fornendo, ad esempio, informazioni sull’impiego del fondo per la progettazione creato nel 1999 presso il Cipe - , si ha l’impressione di essere alle prese con una mera esercitazione econometrica Harrod-Domar/Klein.

C’è un campo - tuttavia - in cui si avverte odor di riforma: il fisco. Gli strumenti sarebbero il taglio delle agevolazioni (seguendo le proposte di una Commissione istituita all’uopo) e l’applicazione della “fiscalità di vantaggio” per le aree in ritardo di sviluppo. Il primo implica riscrivere il codice tributario italiano: obiettivo importante, ma i cui frutti non saranno immediati. Il secondo dipende dall’esito di un non facile negoziato con i nostri partner Ue. Se ne sente molto meno in materia di liberalizzazioni e privatizzazioni. E, pour cause, dati gli orientamenti che paiono guadagnare terreno in campo di politica industriale.

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