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QUALCOSA DI SINISTRA/ Chi ha visto la globalizzazione sbarcata a Lampedusa?

Il fenomeno dell’immigrazione e quello della globalizzazione sono collegati e, spiega SERGIO LUCIANO, la sinistra occidentale non ha voluto capirlo

Foto Ansa Foto Ansa

Giulio Tremonti ha detto “qualcosa di sinistra” quando ha - un po’ acidamente, come al suo solito - sottolineato che se in Italia hanno trovato e conservano un posto di lavoro ben quattro milioni di immigrati, circa il 10% della popolazione attiva, è segno che i nostri disoccupati non sono disoccupati “veri”, ma è gente che non vuol più fare i lavori che oggi soltanto gli immigrati accettano di fare: perché molto disagiati, mal pagati, troppo usuranti o semplicemente nauseanti. Basta fare un giro nelle fonderie del bresciano, nelle industrie della macellazione della bassa, nei salumifici del parmense o nelle tintorie industriali del casentino per accorgersi che a quelle linee di montaggio carnagioni bianche non se ne vedono: sono tutti neri oppure orientali.

Non c’è però, beninteso, né da meravigliarsi, né da scandalizzarsi. Il dramma di questa nostra epoca, bombardata dall’info-snacking di internet, dei telefonini e della tv sincopata, è che non coltiva più alcuna memoria storica. Ma sulla parete di casa mia ho voluto inchiodare la foto del piroscafo che nel 1914 portò lo zio di mio padre Leopoldo a Ellis Island, New York, per una emigrazione vincente che lo vide ricomparire in Italia soltanto quarant’anni più tardi, con poche frasi di lingua madre ancora veloci sulle labbra, molti dollari in tasca e la soddisfazione di chi ce l’aveva fatta. Sobbarcandosi, certo, a tutti i lavori più gravosi che - in quella fucina di crescita che erano stati gli Usa dagli anni Dieci in poi - i giovani americani iniziavano a non voler più fare: muratori, saldatori, tornitori, spazzini, ciabattini, killer della mafia (già, anche la manovalanza malavitosa era densa di effettivi italo-americani, e non solo la manovalanza, ma anche le alte sfere).

La storia si ripete, e l’emigrazione è stata da sempre un poderoso attore di promozione umana ed eguaglianza meritocratica. Ecco perché comprendere e rispettare la funzione economica dell’immigrazione è “di sinistra”, se lo è ciò che agevola l’individuo nel suo diritto-dovere di perseguire la propria felicità, il proprio riscatto, la propria promozione sociale.