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SCENARI/ Italia-Marchionne, ultima chiamata

Pubblicazione:venerdì 22 aprile 2011 - Ultimo aggiornamento:venerdì 22 aprile 2011, 9.28

Sergio Marchionne (Foto Ansa) Sergio Marchionne (Foto Ansa)

La Fiat è più americana o, se volete, meno italiana. È questa la prima reazione, di pelle, della maggior parte degli osservatori, dei politici e dei sindacalisti di fronte al grande balzo nel capitale di Chrysler. Non c’è traccia delle manifestazioni di orgoglio che accompagnarono lo sbarco di Sergio Marchionne a Washington, giusto due anni fa quando la Fiat affrontò quella che sembrava più una mission impossible, all’insegna della reciproca disperazione che non un piano industriale credibile. Prevale, semmai, la preoccupazione per il futuro italiano della Fiat.

L’ azienda, in questi due anni, è entrata una volta per tutte nell’orbita della competizione globale, che non ammette trattamenti preferenziali di sorta. O un occhio di riguardo nei confronti delle convenienze politiche. Almeno se la controparte ha ben poco da offrire in termini di incentivi. L’Italia, a livello istituzionale, sindacale e pure economico è stata a guardare quest’accelerazione della Fiat targata Marchionne senza elaborare una reazione efficace.

Per carità, non è certo mancato il pressing mediatico contro il padrone cattivo, “reo” di essersi dimenticato gli aiuti di Stato elargiti in anni più o meno lontani. O le manifestazioni di solidarietà, vera o presunta, a favore delle tute blu. Piuttosto che le iniziative, più o meno fantasiose, per trovare un nuovo destino produttivo a fabbriche tipo Termini Imerese che nessuno, italiano, cinese o tedesco che sia, vuole rilevare. Ma non c’è stata ombra, se non rare eccezioni, del dibattito necessario sul futuro dell’impresa in questo Paese.

Eppure, come insegna il professor Gian Maria Gros-Pietro, ha poco senso interrogarsi sulla caduta di produttività del sistema Italia se non si pone rimedio alla mancanza di grandi imprese. Senza multinazionali di dimensioni adeguate, si legge nella letteratura del settore, è difficile che si sviluppi la ricerca e l’innovazione, con evidenti riflessi sul valore aggiunto delle produzioni. Senza grandi imprese, insomma, la produttività è destinata a calare. Come dimostra, purtroppo, il caso Italia dove tutti, dal sindacato al fisco per non parlare delle leggi sul lavoro, tendono a colpire la grande industria, con il risultato di indurre le imprese a non crescere di dimensione. O, addirittura (non mancano gli esempi in materia) a frazionarsi su più sigle e in più identità per non trasformarsi in un bersaglio per le controparti.


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COMMENTI
22/04/2011 - SICURO ? (Guido Gazzoli)

Interessante articolo ma che a modo mio di vedere si dimentica di alcuni "piccoli" particolari. In primis che Marchionne negli USA ha goduto di un superfinanziamento da parte di Obama...ricorda qualcosa ? Mi pare una versione yankee del famoso Pantalone Italiano...solo che negli USA Marchionne sa fino a dove può tirare la corda...in Italia sa (e il caso Alitalia lo dimostra) che alla sostanziale incapacità imprenditoriale che ci ha portati in questo baratro, c'è sempre alla fine uno Stato generoso che si accolla le perdite, anche a privatizzazione fatta. Si vede che in Germania sono scemi, perchè lì gli imprenditori capiscono che pretendere di guadagnare 100 vuol dire fermare il circuito di denaro che permette all'industria anche di crescere..e poi lo Stato collabora finanziando la ricerca e la cultura...proprio come da noi... Difatti un operaio WW guadagna più del doppio di uno FIAT..forse non si è ancora capito perchè quella tedesca sia una locomotiva e la nostra un macigno... Guido Gazzoli