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SCENARI/ Italia-Marchionne, ultima chiamata

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Sergio Marchionne (Foto Ansa)  Sergio Marchionne (Foto Ansa)

Non ha torto, al proposito, il leader della Fiom Maurizio Landini a sostenere che la sua organizzazione ha siglato numerosi accordi di settore e aziendali negli stessi mesi del muro contro muro a Pomigliano o a Mirafiori. C’è da chiedersi, però, se questo sia dovuto all’ostinazione del falco Marchionne oppure se la Fiom, ostile per principio a concedere il diciottesimo turno (quello delle lavorazioni notturne il sabato quando la domanda di mercato lo richieda) a Pomigliano o a Torino, non sia assai più comprensiva quando la controparte è una piccola o media azienda con un valore simbolico e politico assai minore della Fiat.

Si ha la sensazione che questi due anni, estremamente produttivi in Michigan, dove sono stati rimessi in funzione impianti destinati alla chiusura, siano stati sprecati in un dibattito ideologico e fine a sé stesso nel Bel Paese. Dove la classe politica non si è rivelata in grado di mettere a punto un piano credibile e non demagogico per il rilancio di territori come Termini Imerese, mentre il sindacato non è andato al di là della tentazione del ricorso all’arma della giustizia, quasi che i posti di lavoro si possano difendere o costruire a suon di sentenze come crede una certa opinione pubblica “avanzata”.

Certo, è fondata la critica sul doppio comportamento di Marchionne. Negli Usa, il manager si è impegnato a raggiungere obiettivi ben definiti nell’ambito di un progetto di rilancio da sottoporre al giudizio del mercato. In Italia, al contrario, Fabbrica Italia resta un puzzle da sistemare, in cui non si capisce l’ordine dei vari pezzi che dovranno comporre il quadro. Ma negli Stati Uniti, può obiettare Marchionne, i suoi interlocutori sapevano cosa volevano, compresi i sacrifici necessari per raggiungere l’obiettivo. Su quel piano, l’Uaw, il sindacato che ha scambiato l’impegno a non scioperare e ad accettare salari d’ingresso dimezzati per il salvataggio dell’azienda, si è dimostrata un interlocutore credibile che non ha speso un solo giorno a contestare l’accordo, una volta firmato. In Italia, non c’è stata una chiarezza paragonabile. Anzi, si è fatto a gara per demolire la credibilità dei prodotti Fiat, per “punire” l’azienda, rea di non rispondere a rapporti di forza che ormai appartengono al passato, senza affrontare il tema del lavoro che cambia, anche a costo di infrangere tabù.



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COMMENTI
22/04/2011 - SICURO ? (Guido Gazzoli)

Interessante articolo ma che a modo mio di vedere si dimentica di alcuni "piccoli" particolari. In primis che Marchionne negli USA ha goduto di un superfinanziamento da parte di Obama...ricorda qualcosa ? Mi pare una versione yankee del famoso Pantalone Italiano...solo che negli USA Marchionne sa fino a dove può tirare la corda...in Italia sa (e il caso Alitalia lo dimostra) che alla sostanziale incapacità imprenditoriale che ci ha portati in questo baratro, c'è sempre alla fine uno Stato generoso che si accolla le perdite, anche a privatizzazione fatta. Si vede che in Germania sono scemi, perchè lì gli imprenditori capiscono che pretendere di guadagnare 100 vuol dire fermare il circuito di denaro che permette all'industria anche di crescere..e poi lo Stato collabora finanziando la ricerca e la cultura...proprio come da noi... Difatti un operaio WW guadagna più del doppio di uno FIAT..forse non si è ancora capito perchè quella tedesca sia una locomotiva e la nostra un macigno... Guido Gazzoli