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Economia e Finanza

FINANZA/ 2. La mossa cinese che può affossare gli Usa

Barack Obama e Ben Bernanke (Foto Ansa)Barack Obama e Ben Bernanke (Foto Ansa)

Un default di questo genere non farebbe altro che attivare una spirale di panico finanziario simile a quella del 2008 in seno a un’economia che ancora sta facendo i conti con alta disoccupazione e un mercato immobiliare a pezzi, rispedendo il sistema America in recessione. Non è un caso che il capo della Fed, Ben Bernanke, abbia definito il potenziale fallimento nell’innalzamento del limite di debito “un evento stronca-ripresa”, capace inoltre di affossare i mercati e colpendo così metà dei cittadini statunitensi che detengono titoli.

Il costo del credito salirebbe, dai prestiti d’affari a quelli al consumo fino ai mutui immobiliari, al finanziamento e alle carte di credito e il dollaro si deprimerebbe ulteriormente, rischiando davvero di perdere il suo status di valuta di riserva mondiale. A quel punto la Cina e gli altri paesi che detengono la metà delle securities statunitensi potrebbero cominciare a scaricarle oppure a chiedere interessi sempre maggiori, facendo deteriorare ulteriormente lo stato di salute del debito per pagare quei rendimenti: un circolo vizioso devastante.

Se ci sarà un ingorgo politico nella discussione sul limite del debito, entro quest’estate il governo potrebbe trovarsi legalmente incapace di prendere a prestito denaro per pagare i suoi conti, cominciando dagli interessi sul suo debito fino alle operazioni federali day-to-day: non sarà lontano il giorno in cui il governo dovrà decidere quali conti pagare e quali no. Il ceiling sul debito, ovvero il tetto massimo, sarà toccato il 16 maggio prossimo, ha confermato il Dipartimento del Treasury. A differenza di quanto accaduto due settimane fa con l’accordo in extremis al Congresso per evitare la chiusura di molte istituzioni federali, in questo caso il giorno del non ritorno potrebbe essere dilazionato fino al prossimo luglio, vista anche le capacità creative di gestione dei libri contabili del Treasury.

Come ricorderete, quando la House of Representatives bocciò la prima volta il piano di salvataggio bancario da 600 miliardi di dollari dell’amministrazione Bush, il Dow Jones si ritrovò a ballare nella spirale da vertigine attorno ai 778 punti: beh, ricordatevi cosa è accaduto la scorsa settimana quando Standard&Poor’s ha operato il downgrade sull’outlook del debito Usa, passandolo da “stabile” a “negativo”, nei fatti il prodromo dell’addio allo status AAA. Per David Wyss, capo economista di S&P’s, «non si è trattato di un downgrade. Semplicemente, abbiamo avvertito se il governo non farà nulla, saremo costretti a operare di conseguenza. Tanto più che l’ipotesi di un default governativo resta un territorio mai tracciato né studiato come possibile e quindi non è una buona idea sfondare il tetto di debito. Resto convinto che alla fine, anche se in ritardo, si arriverà a tagli tali da poter mantenere lo status AAA, ma ragioni di preoccupazione non mancano».

Lo conferma uno studio di JP Morgan Chase, secondo cui ogni ritardo da parte del Treasury nel pagamento di cedole o interessi «anche per un periodo molto breve di tempo, potrebbe avere conseguenze avverse nel lungo termine per le finanze del Treasury e l’economia americana». Insomma, alzate il limite di debito, visto che per l’ad di JP Morgan Chase, Jaime Dixon, «se qualcuno vuole schiacciare quel bottone, operazione che porterà con sé conseguenze catastrofiche e imprevedibili, penso che sia completamente pazzo». Ma di chi è la colpa del debito alle stelle, passato dai 9 trilioni del 2007 a sfiorare il tetto dei 14,3 trilioni oggi? Le politiche di George Bush, ovvero due guerre e tagli fiscali a beneficio dei più abbienti? O quella di Obama, incentrate troppo sulla spesa pubblica?