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Economia e Finanza

FINANZA/ 2. La mossa cinese che può affossare gli Usa

Barack Obama e Ben Bernanke (Foto Ansa)Barack Obama e Ben Bernanke (Foto Ansa)

La risposta è una: la recessione. Peccato che ora il tempo stia scadendo e che da un lato i Repubblicani debbano scendere a patti con alcuni loro esponenti vicini al Tea Party, decisi a dare il via libera all’aumento del tetto solo a certe condizioni e dall’altro, stando ai sondaggi, una larga parte degli americani stessi si opponga a un aumento del limite sul debito, operazione compiuta dieci volte negli ultimi dieci anni. Quando nel 2006 Bush diede vita a un aumento, l’allora senatore Barack Obama votò contro accusando il presidente di «fallimento nella leadership», salvo ricredersi poche settimane fa scusandosi per quanto fatto e ammettendo di «aver compiuto un voto solo politico, invece di fare ciò che era importante per la nazione». Andiamo bene.. Anche perché da Pechino, nel silenzio generale, pochi giorni fa è giunta l’ennesima minaccia, con timing perfetto rispetto alla scadenza di maggio sul limite di debito e all’impasse politica.

Dopo aver denunciato che il Paese ha riserve eccessive di dollari e che queste vanno urgentemente diversificate, il governatore della Banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan, ha fatto capire che la Cina è pronta a tagliare le sue riserve in dollari (cresciute di altri 197,4 miliardi di dollari nei primi tre mesi di quest’anno a quota 3,04 trilioni) per un importo pari alla quantità di biglietti verdi stampati dalla Fed, ovvero circa 2 trilioni di dollari. Non male, visto che appare ormai chiaro che i fondi pensione giapponesi stanno per fare altrettanto con le securities Usa che detengono, soprattutto T-Bills.

Per Xia Bin, membro del comitato monetario della Banca centrale, 1 trilione di dollari di riserve denominate nel biglietto verde sarebbe sufficiente e consentirebbe di investire gli altri due in maniera più strategica, utilizzandoli per acquistare risorse e tecnologia necessaria per l’economia reale, fornendo capitale alle aziende statali in settori chiave, espandendo gli investimenti esteri, emettendo bond stranieri e migliorando il sistema di welfare nazionale in settori come educazione e sanità. E la pensa così anche il mercato, visto che Tang Shuangning del China Everbright Group, ritiene necessario che «la Cina riduca le sue eccessive riserve in valuta estera e diversifichi ulteriormente le sue holdings, portando le riserve a una cifra complessiva compresa tra 800 miliardi e 1,3 trilioni di dollari».

Di più, proprio ieri il capo ricercatore della Banca del Popolo cinese, Zhang Jianhua, ha messo in guardia Pechino dalla volatilità dei prezzi dei Treasuries americani e dal rischio che gli investitori possano chiedere sempre maggiori ritorni dal debito governativo Usa: per Jianhua, «il fatto che una nazione indebitata come gli Usa possa non ripagare il suo debito, potrebbe portare al rialzo i rendimenti dei Treasuries e causare una fluttuazione del prezzo del debito statunitense».

Ma la Cina lo farà davvero, scaricherà davvero il debito di Washington? Per ora, occorre essere onesti, di sicuro c’è che Pechino è certamente stanca di riciclare i dollari Usa, ma anche che non è in possesso di alternative valide, soprattutto fino a quando la sua moneta sarà relegata al grado C del Sdr (Special drawing rights), l’asset di riserve internazionale creato nel 1969 dal Fmi per supportare il sistema di cambio fisso di Bretton Woods e basato su un bouquet di quattro valute chiave internazionali. Il fatto è che le cose in Cina cambieranno e anche in fretta. Una volta che la sua moneta sarà accettata sul palcoscenico globale - e non manca molto, visti anche i salvifici acquisti di massa da parte di Pechino dei bond spagnoli e portoghesi - verrà sganciata dal peg con il dollaro e allora Pechino scaricherà il suo fardello di debito Usa, mandando un chiaro segnale al mondo: ovvero, il debito statunitense non è più una valida opportunità di investimento.