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FINANZA/ Le prove nero su bianco del "fallimento" Usa?

Pubblicazione:giovedì 28 aprile 2011

La sede del Dipartimento del Tesoro di Washington (Foto Ansa) La sede del Dipartimento del Tesoro di Washington (Foto Ansa)

Anche oggi mi tocca parlare di Stati Uniti e di rischi derivanti dallo sfondamento del tetto di debito e per farlo devo riproporvi poche righe del mio articolo di martedì. Gli Usa non hanno mai fatto default sul loro debito e sia i Democratici che i Repubblicani continuano a ripeterci che non vogliono che questo accada ora: peccato che il livello di divisione tra i due partiti riguardo le misure per colmare il deficit abbia reso ponderabile ciò che fino a poco fa era addirittura impensabile.

Il governo Usa, oggi, prende a prestito circa 42 centesimi di ogni dollaro che spende, ma provate a immaginare se, un giorno non troppo lontano, il tasso di prestito schizzasse contro il livello corrente di limite di debito, ovvero 14,3 trilioni di dollari e il Congresso non riuscisse ad alzare quest’ultimo. Il danno che creerebbe questa situazione non solo contagerebbe l’intera economia Usa, ma anche i mercati globali. A quel punto un default si concretizzerebbe se il governo fallisse nell’ottemperare ai doveri di un’obbligazione finanziaria, incluso il ripagare un prestito o l’interesse su quel prestito.

Siamo a questo punto? Non ancora, ovviamente. Ma il ceiling sul debito, ovvero il tetto massimo, sarà toccato il 16 maggio prossimo, ha confermato il Dipartimento del Treasury. A differenza di quanto accaduto due settimane fa con l’accordo in extremis al Congresso per evitare la chiusura di molte istituzioni federali, in questo caso il “giorno del non ritorno” potrebbe essere dilazionato fino al prossimo luglio, viste anche le capacità creative di gestione dei libri contabili Usa. Ma, come già detto, l’imponderabile oggi è da prendere in considerazione. Se non si concretizzasse quell’aumento, il governo potrebbe arrivare al punto di dover tagliare drasticamente la spesa in altri settori per garantirsi fondi al fine di riuscire a emettere e allocare nuovi T-Bills e bonds alle peggiori condizioni imposte dai mercati: detto fatto, questa contrazione colpirà i pagamenti dei contractors federali, la sicurezza sociale e altri pagamenti governativi, ad esempio gli stipendi dei lavoratori federali.

Il costo del credito salirebbe, dai prestiti d’affari a quelli al consumo fino ai mutui immobiliari, al finanziamento e alle carte di credito e il dollaro si deprimerebbe ulteriormente, rischiando davvero di perdere il suo status di valuta di riserva mondiale (spalancando le porte del proscenio economico globale allo yuan cinese). Non è un caso che proprio il capo della Fed, Ben Bernanke, abbia definito il potenziale fallimento nell’innalzamento del limite di debito «un evento stronca-ripresa», capace inoltre di affossare i mercati e colpendo così metà dei cittadini statunitensi che detengono titoli. A quel punto la Cina e gli altri paesi che detengono la metà delle securities statunitensi potrebbero cominciare a scaricarle oppure a chiedere interessi sempre maggiori, facendo deteriorare ulteriormente lo stato di salute del debito per pagare quei rendimenti: un circolo vizioso devastante.


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