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FINANZA/ E ora sono gli Usa a temere il crac, altro che Portogallo

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Non è un caso, quindi, che Simon Derrick, capo del monetario alla Bank of New York Mellon, abbia scritto nero su bianco nel suo ultimo report che «il 2011 sta cominciando ad assomigliare sempre di più al 2008 prima del collasso di Lehman Brothers, tranne che per i numeri coinvolti che questa volta sono decisamente maggiori. Guardate al future sul crude del Nymex per il prossimo mese, è trattato allo stesso livello dell’aprile 2008, le riserve FX stanno crescendo allo stesso passo a livello globale e l’euro comincia a essere in discussione in attesa di ciò che deciderà di fare la Bce. Persino il cross dollaro/yen sta rimandando sinistri echi del prezzo raggiunto quando Bear Stearns andò a zampe all’aria. Ripeto, l’unica differenza tra oggi e il 2008 e che in questi giorni i numeri coinvolti sono maggiori, visto che la battaglia si sta svolgendo nell’eurozona e sta coinvolgendo sia il livello sovrano che istituzionale.

Pensate che i prestiti concessi a Northern Rock e Bear Stearns nell’area ammontarono a 72,5 miliardi di euro, ora solo il salvataggio della Grecia è costato di più. E l’Irlanda? E il Portogallo ormai alle corde? Siamo a un rapporto di 2,7 volte tra i due bail-out governativi e il salvataggio delle due banche. E basta guardare alle dinamiche dei prezzi nel mercato del debito sovrano per capire che Irlanda e Grecia non hanno ritrovato affatto la fiducia degli investitori. Il fatto che il rendimento del debito portoghese abbia ormai raggiunto quello pagato dall’Irlanda prima del salvataggio, ci dice chiaramente che il collasso delle fiducia verso i periferici sta prendendo forza, invece di stabilizzarsi». E, cari amici, la perdita di fiducia del mercato verso due nazioni sovrane è più importante e grave di quella verso due banche second-tier!



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COMMENTI
07/04/2011 - un male della democrazia (Fabrizio Terruzzi)

Sembra un male della democrazia quello di alimentare aspettative crescenti, addirittura lo spreco, e di non saper imporre sacrifici, buon senso e comportamenti virtuosi. Di conseguenza buona parte delle democrazie sono indebitate a livelli record e sull’orlo della bancarotta, quasi a livello dei paesi più sottosviluppati e poveri. E così in un mondo in cui si pensa che le principali risorse non rinnovabili si esauriranno nel giro di non molti decenni, l’unica ricetta che gli economisti e i politici hanno elaborato per uscire dalla crisi è quella di raccomandare o incentivare a “consumare di più”. Come in passato e come sempre, ma a questo punto, c’è da chiedersi, fino a quando? Le loro menti non possono arrivare a pensare che la crisi può essere anche un’opportunità per riallocare in modo più sensato le risorse nazionali, per cui, tanto per fare un esempio, scelgono di parcheggiare in cassa integrazione decine di migliaia di lavoratori dell’auto in attesa che questa stessa industria possa riassorbirli, anziché pensare di ridimensionare questo settore in favore di altri meno avidi di risorse e di cui c’è un sostanziale maggiore bisogno (ambiente, salute, cura degli anziani, sviluppo della socialità, ricerca scientifica, ecc.). L’auto possiamo cambiarla ogni sei anni anziché ogni quattro! Quello di cui c’è necessità oggi non è di un maggiore benessere bensì di una maggiore sicurezza del futuro.

 
07/04/2011 - Due domande all'ottimo Bottarelli. (Francesco Giuseppe Pianori)

1. Che cosa se ne fa Buffet di tutti i soldi che ha e che manovra? 2. Se tutti sono debitori, chi è il creditore? Grazie

RISPOSTA:

Caro Pianori, se conoscessi il portafoglio d'investimento di Buffett, giuro che lo direi a lei e a tutti gli altri lettori de ilsussidiario.net! Scherzi a parte, sta scaricando gli investimenti in dollari sul medio termine e credo stia puntando su quote monetarie, di commodities (oro e argento) e di rami d'azienda facilmente liquidiabili o che conta beneficeranno di inversioni di tendenza nelle politiche economiche e monetarie di breve-medio termine negli Usa. Niente T-bills, suppongo. Per quanto riguardo i creditori, nel caso degli Usa i principali sono la Cina e il Giappone, detentori storici di debito statunitense e ora decisi a cambiare rotta: la prima per diversificare e dar vita a una guerra commerciale-valutaria con Washington che insiste per la rivalutazione dello yuan, il secondo perché dovrà rimpatriare asset per finanziare la ricostruzione (inoltre, il debito giapponese è detenuto al 95% dai giapponesi stessi, i quali però ora sconteranno il calo dello yen e quindi non riterranno più conveniente tenersi obbligazioni che pagano rendimenti ridicoli, non avendo più in cambio una valuta forte). L'Europa vende il proprio debito a Stati, fondi obbligazionari come Pimco e banche: le stesse che si fanno salvare con i soldi delle stesse nazioni di cui comprano il debito!È un mondo di pazzi, mi creda. Cordialmente (Mauro Bottarelli)

 
07/04/2011 - spostare spesa e entrate (francesco taddei)

tagliare la sanità? ma se gli americani non ce l'hanno! e i progetti di Obama sono stati cassati dal congresso repubblicano! perchè non iniziano a venderci qualche portaerei a noi europei, invece di aspettare che lo faccia la cina?

 
07/04/2011 - 10 e Lode! (J B)

Complimenti, bell'articolo.